Lavoro e imprese: quali misure per un vero rilancio?

Fondo Formazienda e Consenso Europa hanno organizzato un incontro che ha visto confrontarsi rappresentanti politici e istituzionali sulle problematiche del mercato del lavoro e sulle misure che nei prossimi mesi saranno adottate per sostenere concretamente imprese e lavoratori

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Creare Lavoro

di Virna Bottarelli |

Si è tenuto il 17 dicembre l’incontro digitale dal titolo “Sostenere l’occupazione per rilanciare le imprese. Le politiche del lavoro per la tenuta sociale ed economica del paese”, organizzato da Fondo Formazienda e Consenso Europa. Al centro del dibattito sono state le problematiche del mercato del lavoro accentuate dalla pandemia e le misure che nei prossimi mesi saranno adottate per sostenere concretamente imprese e lavoratori.

Lorenzo Salvia, capo servizio della redazione economica del Corriere della Sera e moderatore dell’incontro, ha aperto la discussione evidenziando che fino ad ora gli effetti della pandemia sul mondo del lavoro sono stati attutiti dalle misure adottate dal Governo – in particolare il blocco dei licenziamenti e la Cig in vigore fino a fine marzo 2021 – e che servono strumenti efficaci per affrontare il prossimo futuro. “Il Covid è stato un acceleratore anche per quanto riguarda il mondo del lavoro”, ha aggiunto Salvia. “Lo Smart Working, con tutti i limiti del caso, ha comunque fatto passi in avanti, così come si è data una spinta alla riforma degli ammortizzatori sociali, alla formazione professionale e alle politiche attive, temi di cui si parla da tempo ma senza mai raggiungere progressi concreti nella loro attuazione”. Sarà la volta buona per una vera svolta?

Il Fondo Nuove Competenze

Secondo Paola Nicastro, direttore generale di Anpal: “Le politiche messe in campo fino ad oggi sono servite a tamponare una situazione emergenziale. Gli interventi nei prossimi mesi sono di competenza del Governo, ma come Anpal abbiamo già attuato alcune misure: lo strumento più importante disegnato con il Ministro del Lavoro è stato il Fondo Nuove Competenze, pensato con il Decreto Rilancio già dopo il primo lockdown e volto ad accompagnare la ripresa sostenendo imprese e lavoratori. Il Fondo interviene a remunerare le ore rimodulate dell’orario di lavoro che i dipendenti occupano con la formazione”. La misura illustrata da Nicastro ha riscosso molto interesse – sono ad oggi 46mila i lavoratori avviati in percorsi di formazione e oltre 4 milioni le ore di formazione previste nei piani – e il plauso della Commissione Europea. “Parliamo di una politica attiva vera, le cui risorse (730 milioni di euro) sono basate in parte sul Programma operativo nazionale Sistemi di politiche attive per l’occupazione (Spao), finanziato dal Fondo sociale europeo, a gestione Anpal, e in parte sul bilancio dello Stato”. Nell’attuazione del Fondo hanno un ruolo importante anche i Fondi Interprofessionali come la stessa Formazienda. A rappresentarla nel dibattito è stata la sua direttrice Rossella Spada: “Abbiamo risposto con immediatezza al Fondo Nuove Competenze perché da sempre, quando si tratta di supportare le imprese, agiamo con tempestività. In particolare, ci siamo attivati per svolgere rapidamente il ruolo di cinghia di trasmissione tra mondo del lavoro e questo strumento, anche per rispettarne i tempi, molto stretti, previsti dai riferimenti normativi. Abbiamo emanato un avviso che andasse nella direzione auspicata da Anpal e assistito moltissime imprese che hanno voluto sfruttare questa possibilità, notando anche le difficoltà maggiori di quelle aziende meno abituate alla concertazione con le rappresentanze sindacali: di qui, forse, dovremmo prendere spunto per rendere il Fondo uno strumento più appetibile per micro e piccole imprese”.

Il lavoro va protetto, ma anche creato

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La voce politica nel dibattito è stata quella di Francesca Puglisi, sottosegretario al Ministero del Lavoro e Politiche Sociali, che ha anticipato alcune misure contenute nella legge di bilancio 2021, in fase di discussione in parlamento: “Nella legge di bilancio 2021 abbiamo inserito la Cassa Integrazione Covid a intero carico dello Stato e il conseguente blocco dei licenziamenti, ma in attesa delle risorse del Recovery Fund e di React EU, ci sono altre misure da segnalare, come il contratto di espansione, che deve accompagnare le imprese nella transizione tecnologica ed ecologica, e lo stanziamento di 500 milioni di euro per la riforma delle Politiche Attive, sulle cui modalità di impiego c’è però un acceso confronto anche all’interno della maggioranza”. Secondo Puglisi occorre fare una riforma anche dell’assegno di ricollocazione, rinnovando quanto previsto dal Decreto legislativo 150: “Occorre includere nell’assegno anche una quota destinata alla riqualificazione di competenze per chi deve essere accompagnato nella ricerca di un nuovo lavoro”. Si tratterebbe di una misura necessaria anche in vista dello sblocco dei licenziamenti, che dovrebbe decorrere dal prossimo aprile. “Abbiamo bisogno di accompagnare per tutto il 2021 i settori più colpiti dalla crisi e serviranno misure che vanno anche oltre la legge di bilancio: nel momento in cui saranno sbloccati i licenziamenti, dovremo essere pronti. Non basta rafforzare i Centri per l’Impiego, cosa che già stiamo facendo, ma dobbiamo costruire un nuovo sistema di governance pubblica integrato, tra centri pubblici e Apl, incentivando queste ultime a farsi carico anche delle persone più fragili, con meno possibilità di accedere al mercato del lavoro”. Puglisi ha anche accennato a una riforma complessiva delle politiche attive, prevista da un emendamento alla legge di bilancio, a firma del deputato Antonio Viscomi, e al percorso di confronto, anche con le parti sociali, avviato per la riforma degli ammortizzatori sociali. Sul punto però, ha precisato: “In legge di bilancio non abbiamo risorse per questa riforma, che potrà realizzarsi con la finanziaria del 2022. Stiamo lavorando per chiudere la legge di bilancio stando dentro i 36 miliardi di stanziamento, in vista delle risorse europee che arriveranno e che saranno però focalizzate su transizione tecnologica ed ecologica delle imprese: la Commissione Europea dice con chiarezza che con quei fondi non possiamo pagare le politiche passive, che vanno però ampliate per accompagnare fuori dalla crisi i settori più colpiti”.

Sebastiano Fadda, presidente di Inapp, ha aggiunto al dibattito un altro tema: “Le politiche attive sono una parte fondamentale delle politiche del lavoro, ma da sole non sono sufficienti a far superare la crisi e procurare incremento dell’occupazione: abbiamo bisogno di politiche macroeconomiche che stimolino un ampliamento della base produttiva e di una trasformazione strutturale della nostra economia”. Ciò significa per Fadda “coinvolgere il sistema delle piccole imprese e inserirle in una dinamica di partecipazione alle catene di valore internazionale”. Non solo: “Va costruito un ambiente favorevole allo sviluppo delle imprese, perché senza imprese le politiche attive non sono efficaci. Alcuni posti di lavoro scompariranno e serviranno misure per crearne di nuovi: ci troveremo presto davanti a un mondo produttivo diverso e il vecchio paradigma temporale formazione-lavoro-pensione non sarà più valido. La formazione deve essere continua, il lavoro è soggetto a transizioni, a periodi di inattività, e la stessa pensione nell’ottica dell’invecchiamento attivo presenta confini labili con il periodo lavorativo. Ecco perché anche lo strumento dei contratti di espansione prevede un assottigliamento del confine tra attività lavorativa e non lavorativa”. Il richiamo è anche a un adeguamento delle competenze professionali che deve basarsi su un’analisi approfondita e dettagliata dello stato attuale e previsionale dei fabbisogni professionali, anche tenuto conto delle specificità territoriali, altrimenti si rischia di “indirizzare la formazione su binari morti, senza prospettiva”.

Accompagnare le imprese nella trasformazione

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Sulla dinamica politiche passive-politiche attive è tornato il segretario generale di Confsal, Angelo Raffaele Margiotta, parlando di ammortizzatori sociali: “L’ammortizzatore deve evolvere dal concetto di protezione e assicurazione a quello di riattivazione. Si dovrebbe anche lavorare a un’unificazione degli ammortizzatori, che porterebbe a benefici gestionali ed economici, se consideriamo il saldo positivo della cassa ordinaria che potrebbe compensare quella straordinaria e in deroga. E dobbiamo condividere un principio di condizionalità: il lavoratore deve partecipare attivamente alla sua ricollocazione”. Margiotta ha ricordato la proposta fatta da Confsal sul preavviso attivo: “Nel momento in cui sarà di nuovo possibile licenziare per motivi oggettivi economici, chiediamo alle associazioni datoriali il coinvolgimento del datore di lavoro verso la sorte del lavoratore. Dobbiamo tenere presente che il lavoratore che non rientra più nel progetto industriale dell’azienda si vede infrangere il proprio progetto di vita, per tanto occorre attivarsi per riqualificarlo e ricollocarlo. Un concetto simile andrebbe mutuato anche sul versante dei giovani, con una sorta di reddito formativo, di qualificazione”.

Berlino Tazza, presidente della Confederazione Sistema Impresa, ha infine chiuso gli interventi evidenziando lo stato di crisi in cui versano le aziende più piccole e chiedendo interventi mirati: “I dati del primo lockdown parlavano del 40% delle imprese a rischio di sopravvivenza e di possibile perdita del lavoro per 3,6 milioni di occupati. La situazione, ad oggi, non è migliorata, per tanto è necessario prorogare le risorse per la CIG oltre il marzo 2021. Sul fronte delle competenze e parallelamente del sostegno alle imprese, il Fondo Nuove competenze è stata una grande intuizione, ma è importante non fermarsi alla formazione basica: dobbiamo dirottare la formazione su temi legati ai reali fabbisogni delle imprese, trasformando l’impresa italiana per portarla in quei settori con più alto potenziale di crescita.  La nostra richiesta è dunque prorogare la scadenza del 31 dicembre per presentare le domande, perché lo strumento è nuovo e non tutti hanno la capacità di fare l’accurata analisi dei fabbisogni che è alla base dell’accordo aziendale”.

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