di Virna Bottarelli |
Non fosse stato per la pandemia, in questi giorni Daniele Cassioli starebbe gareggiando in Australia, cercando di aggiudicarsi l’ennesimo titolo. Invece, causa le limitazioni imposte dal Covid, l’appuntamento con i Mondiali di sci nautico, disciplina nella quale detiene il record del mondo, è rinviato al 2022.
Poco male per uno come lui, che le difficoltà le affronta senza timori, come affronta le acrobazie sull’acqua. Romano di nascita e lombardo di adozione, Daniele Cassioli è il più grande sciatore nautico paralimpico di sempre: a dieci anni entra nella squadra nazionale italiana paralimpica e oggi, che di anni ne ha 34, oltre a essere uno degli atleti italiani insigniti del Collare d’Oro, è un formatore e divulgatore. “Lo sport mi ha regalato una serie infinita di consapevolezze, valori, modi per crescere”, dice, raccontando come, proprio grazie allo sport, ma prima ancora grazie alla sua famiglia e alla sua forza di volontà, ha superato i limiti oggettivi imposti da una cecità congenita e si è costruito una vita piena di interessi, impegni e successi.
Come hai iniziato a praticare sci nautico e come sei diventato un campione assoluto di questa disciplina?
Da non vedente, non ho potuto provare le stesse esperienza motorie degli altri bambini. Banalmente, anche giocare a nascondino è un’esperienza motoria e a me era ovviamente preclusa. Ho provato anche a tirare qualche calcio al pallone nel mio giardino ma, arrivato all’età in cui avrei voluto entrare in una squadra, non ho potuto. Così ho provato altro: il nuoto, il karate, lo sci e poi lo sci nautico, di cui mi sono totalmente appassionato. Se mi chiedi come sono diventato detentore di tanti titoli, ti direi che è grazie probabilmente a un’attitudine naturale all’equilibrio e alla coordinazione, ma anche al duro allenamento, alla predisposizione alla fatica e a un pizzico di talento.
Quali sono le caratteristiche di questo sport che ti sono servite maggiormente nell’affrontare lo studio, il lavoro, la tua vita?
Credo che lo sport in generale offra una serie infinita di contenuti e dinamiche che aiutano a crescere. Nel mio caso, lo sport mi ha sempre considerato per quello che sono: ho potuto giocarmi le mie carte senza fare della mia disabilità un alibi. Mi ha dato la possibilità di viaggiare, mi ha insegnato a vivere in una squadra (quella paralimpica, ndr) pur essendo uno sport individuale, a condividere, a conoscere altri tipi di disabilità. Grazie allo sport ho imparato ad affidarmi, gestire la frustrazione della sconfitta, essere umile dopo una vittoria e dare valore al sacrificio, perché per arrivare in forma a un campionato del mondo serve una preparazione di almeno due anni, un lungo periodo nel quale devi allenare i tuoi punti deboli. E proprio su questi ultimi ho imparato una lezione importante: non dobbiamo temere le nostre debolezze, ma individuarle, studiarle e imparare a chiamarle aree di miglioramento. Posso dire che lo sport mi ha avvicinato al compimento di me stesso e così come è stato importante per me, può esserlo per tutti.
Peccato che nella formazione scolastica dei ragazzi l’educazione fisica non possa dirsi una delle materie più valorizzate…
Purtroppo, nel nostro Paese trattiamo il tema dello sport in modo molto approssimativo. Si tende a pensare che abbia valore solo se si è dei campioni o se si eccelle in qualche disciplina, mentre andrebbe considerato per quello che è: uno strumento educativo insostituibile per i ragazzi, con un impatto positivo sulla formazione del carattere e della personalità. La stessa gestione della didattica in ambito motorio è superficiale: le prove Invalsi, ad esempio, non sono contemplate per l’educazione fisica. Non solo, anche le strutture sono solitamente carenti e i docenti stessi spesso non sono formati in modo adeguato. Non a caso molti ragazzi arrivano alle scuole secondarie con un importante analfabetismo motorio. Ma il discorso è più ampio, anche le società sportive dilettantistiche non hanno degli standard a livello di sistema che tutti possano condividere. Credo questa situazione dipenda dal fatto che non c’è la capacità di fare una programmazione a medio-lungo termine: si privilegiano investimenti che danno magari un ritorno nell’immediato, ma scelte di questo tipo, alla lunga, presentano un conto da pagare.
Quali studi hai compiuto e come ti sei avvicinato al mondo della formazione e delle Risorse Umane?
Sono laureato in fisioterapia e per diversi anni ho esercitato la professione di fisioterapista. Il passaggio al mondo della formazione e delle Risorse Umane è di pochi anni fa: nel 2018 ho pubblicato un libro, “Il vento contro”, nel quale ho raccontato di come ho elaborato la mia disabilità e come ho raggiunto i miei successi sportivi, spiegando che avere delle difficoltà non è un’esclusiva, perché tutti ne incontriamo nella vita. A fare la differenza, però, è come si sceglie di affrontarle. Il libro ha suscitato l’interesse di diverse realtà che hanno iniziato a contattarmi per farmi raccontare la mia storia non solo a chi ha delle disabilità, ma anche ai normodotati, adulti e ragazzi. Ho poi studiato, mi sono formato anche in questo campo e ho trovato il modo di dare un taglio personale ai miei interventi, giocando molto anche con l’autoironia. I riscontri sono stati tanti e positivi: per me si è trattato di un’altra grande occasione di crescita, che mi ha mostrato come le persone abbiano dentro tanti talenti straordinari che, a volte, solo per un “vento contro”, per una difficoltà, non emergono.
Oggi mi chiamano aziende di ogni tipo. Certo, le realtà di grandi dimensioni, di respiro internazionale, forse hanno una maggiore sensibilità al tema della formazione, ma non è raro che faccia presentazioni e percorsi con aziende medie, dei settori più disparati, dalle assicurazioni alla ristorazione.
Ricordi il tuo “debutto” nel mondo delle Risorse Umane?
Ho iniziato lavorando per Vodafone. Ho un ottimo ricordo: sono stato accolto benissimo e mi sono reso conto di avere tanto da raccontare, da comunicare. Mi hanno detto che so parlare di temi complessi con semplicità, ironia e una praticità disarmante: questo mi gratifica molto, perché per arrivare ad avere lo stato di consapevolezza che ho oggi ho lavorato tanto e ho anche sofferto tanto. Per me si tratta di un successo che ha più valore se posso condividerlo con gli altri: per questo faccio formazione e, perché no, contribuisco a diffondere una cultura positiva. Nel mio approccio faccio anche tesoro di quello che apprendo incontrando i ragazzi nelle scuole: da loro ho imparato a non giudicare, a non dare per scontato nessuna curiosità, a rispondere a tutti i tipi di domande, anche le più profonde, a mettermi in gioco per entrare in empatia con le persone. Trovo bello poter rendere partecipi gli altri della mia esperienza, invitarli a riflettere su sé stessi, prendendosi ma- gari una pausa da quella quotidianità che un po’ ci schiaccia e non ci dà il tempo e lo spazio necessari per guardarci dentro, chiederci come migliorare le cose che non vanno.
Come ti definiresti: un motivatore, un comunicatore, un relatore?
Direi che sono un comunicatore, ma il mio profilo prende diverse sfaccettature in base all’esigenza dell’azienda che mi recluta. A questo ruolo unisco quello di formatore e, spesso, di “ispiratore”, quando racconto di come ho affrontato la mia disabilità, di come l’ho gestita per conquistarmi uno spazio nel mondo dello sport.
Ma la mia attività non è solo raccontare: faccio anche lavori esperienziali, magari bendando le persone per metterle in una condizione completamente diversa dalla loro “normalità”, e attività di debrief, sempre finalizzate alla formazione.
Diversity, inclusione, pari opportunità: secondo te qual è il modo migliore per far sì che questi concetti non rimangano solo degli slogan?
Il fatto che oggi in alcune aziende ci siano persone e uffici interi dedicati ai temi della diversity e dell’inclusione è un grande passo avanti, tutt’altro che scontato per chi come me fa parte di un mondo, quello della disabilità, minoritario. Certo è che un’azienda, da sola, non può fare molto per migliorare la situazione se non c’è una cultura dell’inclusione condivisa dall’opinione pubblica.
Deve passare il messaggio che la diversità arricchisce: usando una metafora sportiva, una squadra di basket fatta di soli playmaker non va da nessuna parte, servono giocatori con ruoli e caratteristiche diverse per giocarsi la partita. La diversità è quindi un valore che il singolo può dare al gruppo. E quando parlo di cambiamento culturale mi rivolgo anche alle minoranze stesse, che devono avere il coraggio di emanciparsi, formarsi e farsi valere: nel caso della disabilità, ad esempio, ci si è un po’ erroneamente abituati all’assistenzialismo e questo è controproducente, perché non crea nelle persone quella sana ambizione che tutti dovremmo avere.
È importante far capire alle persone che da chi è diverso da noi c’è da imparare, che essere curiosi verso una diversità porta valore in termini di competenze e fa crescere, anche semplicemente dal punto di vista delle opinioni che possiamo maturare confrontandoci. È così che Diversity e Inclusion ci permettono di comprendere l’altro, di sviluppare empatia. Io stesso ho imparato molto anche dai miei avversari sportivi: possiamo tutti essere d’ispirazione per gli altri, perché ciascuno di noi ha una caratteristica o una qualità che un altro non possiede.
Hai notato un’evoluzione in positivo rispetto a questi temi?
Stiamo sicuramente migliorando e molto del cambiamento nella percezione del mondo della disabilità lo si deve proprio allo sport. Però il percorso da fare è ancora lungo: da un lato siamo in un contesto dove i movimenti politici discriminatori sono tutt’altro che spariti, dall’altro ci sono ancora molte difficoltà oggettive per chi vive una disabilità. Sono in contatto con oltre 200 famiglie di bambini ciechi e devo constatare che l’inclusione scolastica è ancora un miraggio.
Probabilmente dobbiamo impegnarci come associazione di categoria a lanciare un messaggio ancora più forte sull’importanza di dare pari opportunità anche alle persone con disabilità, che incida ancora di più sulle istituzioni e l’opinione pubblica.
Parliamo della pandemia: com’è stato il tuo 2020?
L’irrompere della pandemia ha ovviamente influito sulle attività in cui ero impegnato: ho dovuto interrompere le registrazioni di alcune puntate di Colorado (programma di Mediaset, ndr) con monologhi comici sulla disabilità, un’esperienza che sarebbe stata molto utile per portare il tema a un pubblico più ampio, e sono stati sospesi gli eventi che vedevano coinvolta l’associazione Real Eyes Sport, con la quale supportiamo bambini e ragazzi disabili nella pratica sportiva motoria.
Ho comunque continuato a fare formazione, apprendendo nuove modalità di lavoro on line, e ho approfittato del maggiore tempo a disposizione per continuare a studiare, fare progetti e iniziare a scrivere un secondo libro.
Nelle prime settimane della pandemia, oltre al mantra “andrà tutto bene”, aleggiava l’idea che questa prova collettiva ci avrebbe cambiato. Non ti sembra, a distanza di un anno, che abbiamo perso un’occasione per migliorarci come comunità?
Sì, forse la reazione immediata alla pandemia era stata quasi positiva. Poi, come normalmente accade quando le difficoltà si protraggono nel tempo, l’ottimismo ha lasciato spazio alla fatica di resistere, allo scontento. Mi soffermerei però sul fatto che anche in una prova come questa la differenza la fa il singolo, nel senso che la scelta di come reagire a un problema spetta a ognuno di noi.
Quando invece sento tante voci singole che si lamentano del sistema, della politica, di ciò che non funziona, ho la sensazione che ciascuna di quelle voci sia un’ammissione di deresponsabilizzazione. Ed è sbagliato: le scelte le facciamo in definitiva in prima persona. Quello che però mi preoccupa maggiormente è che in situazioni come quella che stiamo vivendo si fanno più marcate le differenze tra chi ce la può fare, perché ne ha gli strumenti e le capacità, e chi è invece in condizioni svantaggiate. E se non capiamo che le difficoltà non sono uguali per tutti, il problema si fa più serio: ho imparato a capire che ognuno di noi ha tempi e strumenti propri e può vivere difficoltà che meritano rispetto anche se magari non sono evidenti. Penso che la vera svolta, per migliorarci come singoli e come comunità, sia capire che il nostro sguardo sul mondo non è mai l’unico possibile.
Chi è Daniele Cassioli
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