di Marina Fabiano |
E’ come vivere in sospeso, non è vero? In questo lungo intervallo avvolto dalla pandemia, intendo.
Va bene lo Smart Working, va bene gli eventi on-line, le riunioni davanti a uno schermo di figurine in movimento che sono colleghi, clienti, fornitori, sconosciuti con cui fare cybersalotto. Va bene la formazione on-line, tutti attenti cercando di non distrarsi, che al momento giusto arriva la domanda anche per te. Va bene fare il docente in un’aula vuota, che non si tratta solo di parlare/spiegare, occorre trovare il ritmo giusto per trattenere l’attenzione delle figurine nello schermo, farle interagire; la stanchezza/noia è dietro l’angolo. Va bene l’intrattenimento, la cultura on-line, dove si presentano libri, si assiste a colte conversazioni tra giornalisti e scrittori, ci si perde nei dibattiti politici, si entra nei musei dove non è mai stato permesso, in compagnia di esperti/professori/conoscitori.
Concerti e teatri sono pressoché spariti, quindi non va bene per niente, in questi campi. La cultura televisiva non sostituisce. Va bene l’azienda che sopravvive, anche se quest’anno sarebbe stato l’anno della svolta, del successo davvero; e comunque senza gli incontri di persona i clienti fanno fatica a convincersi che i tuoi prodotti sono meglio della concorrenza; e nuovi fornitori sarà difficile, come fai a capire se puoi dare o offrire fiducia, attraverso un monitor; e i contratti speciali, quelli che li ottieni anche per le relazioni, sarà per un’altra volta; e gli investimenti latitano.
Sulla fiducia aprirei una parentesi: chiusi nelle nostre bolle ristrette (è così che stiamo vivendo), sospendiamo il dare e ricevere fiducia e lo trasliamo su esterni illusori, quelli che la declamano negli spot pubblicitari. La famiglia, con cui siamo costretti a convivere troppo tempo in poco spazio, diventa il luogo da cui scappare. Va molto bene per l’azienda che produce e vende cose indispensabili: però i collaboratori li vede poco, stanno a casa in sicurezza, quelli che possono; però che strategie a medio e lungo termine potrà mai inventarsi il big boss con i suoi manager se non sa bene cosa succederà domani, senza viaggi, senza confronti con suoi pari o suoi referenti, senza poter annusare il mercato in senso vero; però ora che va bene si dovrebbe investire, allargare, e se poi non si mantiene il ritmo si rischia di fare il passo troppo lungo. Troppi però strozzano il respiro.
Va bene per il momento a chi aveva dei piani B ed è riuscito a cambiare assetto, e a rispondere alle nuove richieste del mercato, e anche a chi ha fatto ricorso a piani B inventati al momento, adeguandosi in corsa. Va bene a chi ha avuto l’idea fulminante del prodotto/servizio che mancava: ma servirà anche dopo? E i clienti saranno grati e resteranno con noi, o se ne andranno con la prossima sirena che canterà una nuova canzone?
Plasmare il futuro
In questo tempo sospeso, e faticoso, occorre ritrovare il senso del proprio lavoro, del proprio ruolo, e non basta. Ma resta tutto così confuso, così disordinato. Forse occorre ritrovare il senso delle cose, del lavoro, del fuori-lavoro, del futuro. Ecco, partiamo dal futuro, che in ogni caso è il lato più rassicurante. Se oggi è tutto incerto, il futuro – volendo – ce lo possiamo raffigurare come ci pare, quindi vediamolo meglio di com’era il passato. Cosa disturbava nella vita lavorativa? Troppe corse, troppe riunioni infinite senza grandi utilità, troppi viaggi alla fine non proprio necessari, troppe decisioni dell’ultimo minuto, troppe ore spese a preparare piani a beneficio della bella figura che volevamo fare, troppo di molto. Abbiamo l’occasione per scremare: facciamolo, pianificando un futuro ponderato. Ad esempio, domandandoci spesso “Dove mi porterà questa azione? È davvero necessaria questa riunione? E questo viaggio? Come possiamo semplificare il processo?”
Tra l’altro, le aziende hanno scoperto che il rallentamento delle presenze in ufficio procura non pochi risparmi, quindi stanno riflettendo seriamente sulle modalità di lavoro da riprendere (dal prima) o da modificare (nel dopo).
Un futuro che inizia adesso
Che futuro possiamo regalarci a ricompensa di questo lungo periodo di incertezza? I più giovani, e i più furbi, hanno già capito che immolarsi completamente ai ritmi del lavoro procura vantaggi economici, ma richiede sacrifici personali a cui non sono più disposti a cedere.
Il futuro può contemplare il sano compromesso di una vita più armoniosa, dove famiglia, affetti, divertimenti, cura del sé possono guadagnare spazio e importanza. Potrebbe essere saggio guardarsi allo specchio e farsi domande scomode, dandosi risposte concrete.
Quanto e cosa vorrei modificare della mia vita precedente? Come potrei farlo, in pratica? Ci sono impedimenti? Sono sormontabili, e come? Ricordando che il futuro inizia adesso, conviene scrivere un piano di azioni concrete, che avrà il grande vantaggio di ridare un senso a questa vita sospesa, intanto che predisponiamo la vita futura, quella che arriverà di botto, insieme al vaccino anti Covid e all’annullamento dell’immobilità forzata.
Nel frattempo, anche in questo tempo sospeso, a cui nostro malgrado ci stiamo abituando, può aver senso fare qualcosa per chi si trova in una situazione peggio della nostra.
Ad esempio, visto che ci siamo buttati sugli acquisti on-line, cerchiamo di privilegiare piccole realtà che producono oggetti o cibi, che magari non spediscono in 24/48 ore, ma via, non sarà sempre tutto così urgente, no? Potremmo scoprire belle realtà, artigiani genuini, piccoli produttori accurati, spesso con qualità molto superiori alla grande distribuzione di massa. E i negozi di quartiere, quelli che si sono arrabattati con le consegne a domicilio quando eravamo prigionieri in casa, non dimentichiamoli lasciandoli affossare nella loro polvere intanto che torniamo a folleggiare nei sempre uguali centri commerciali. Anche queste piccole cose possono contribuire a dare un senso alla vita di oggi, e a quella di domani.
DIVENTARE IMPRENDITORI ALL’INTERNO DI UN’ORGANIZZAZIONECome liberare il potenziale imprenditoriale nascosto nelle organizzazioni? Lo spiega Roberto Battaglia, alla guida della Direzione del Personale della Divisione Imi Corporate & Investment Banking di Intesa Sanpaolo, che nel libro “Startupper in azienda” racconta come sia possibile scatenare spirito di iniziativa, voglia di essere protagonisti, determinazione, coinvolgimento tra i dipendenti di una banca, che di organizzazioni più rigide di così se ne conoscono poche. Salta fuori che qui si privilegiano le persone un po’ fuori dagli schemi, quelle che mettono in discussione le regole, che ne propongono di nuove, magari più semplici. Il bello, poi, è che il libro è scritto a più mani, in linguaggio colloquiale e gradevole, niente manierismi né paroloni. Ancora più bello è che questo è un racconto contaminato da elementi esterni alla tipica organizzazione aziendale, a comprova che le ispirazioni laterali al proprio cammino incanalato possono indurre nuove idee, nuovi modi di fare. Come spiega l’editore Egea: di solito le persone si adagiano nelle procedure che trovano, si rassegnano e pian piano si demotivano. Spesso se ne vanno, soprattutto gli irrequieti, quelli che avrebbero qualcosa da dire ma non vengono ascoltati, né sollecitati. “La buona notizia è che un numero crescente di organizzazioni (anche fra quelle più tradizionali e regolate) si sta chiedendo come si possano gestire l’energia e l’intraprendenza interna senza ucciderle nella culla. La tesi del libro è che si può diventare imprenditori all’interno di un’organizzazione senza doversi mettere in proprio. Servono due ingredienti: da un lato, aziende disponibili a creare e mettere a disposizione spazi di espressione non momentanei e persone pronte a occuparli con co- raggio e impegno; dall’altro, pochi ma chiari meccanismi per gestire tali spazi e una cassetta degli attrezzi per trasformare problemi e sfide in soluzioni concrete”. C’è anche un sito dedicato: www.startupperia.it |