di Alfredo Mancini* |
Il dibattito sugli ammortizzatori sociali e la loro “governance” dovrebbe avere il giusto spazio fra gli argomenti di interesse pubblico visto che gli ammortizzatori sono stati i mezzi di sostentamento di numerosi lavoratori per gran parte del periodo dominato dalla pandemia che ne ha evidenziato i limiti gestionali dovuti soprattutto alla sovrapposizione di enti, leggi poco chiare, eccessiva burocratizzazione ed interventi sindacali mirati più a far cassa che a rivolvere l’emergenza.
Verso misure più inclusive
Gran parte delle misure che si intendono adottare, ad una prima lettura del Disegno di Legge di Bilancio 2022, sono più inclusive rispetto a quelle attualmente in essere, partendo dagli ammortizzatori estesi a tutti i lavoratori con l’innalzamento del primo tetto, fino alla strutturalità dell’eliminazione del requisito delle 30 giornate lavorative per accedere alla NASpI ed anche lo spostamento del “decalage” degli importi dopo sei mesi (sono solo alcune delle misure).
Quello che qui interessa, invece è “l’architettura del sistema ammortizzatori sociali” presente nel Disegno di Legge di Bilancio 2022. A tal fine, è quantomeno opportuno se non anche necessario, procedere ad un rapido “excursus” per cercare di capire quanto dibattuto e condiviso (se così è stato) nel Tavolo Ministeriale sulla Riforma degli ammortizzatori sociali.
A chi concedere gli ammortizzatori sociali?
Partiamo, quindi, dalla convocazione dove il Ministro Orlando specifica la sua idea di riforma che avrebbe dovuto trovare la sua essenza nell’universalismo delle misure basato esclusivamente sulle dimensioni aziendali.
Cosa vuol dire? Per semplificare significa: concedere ammortizzatori sociali a tutti i lavoratori indipendentemente dalle dimensioni dell’azienda, basando però la durata della loro concessione in base alle dimensioni aziendali; seppur con i propri limiti (risolvibili), questa è l’idea che rappresenta il tentativo di uniformare gli ammortizzatori sociali sia sotto il profilo dei percettori, sia sotto il profilo gestionale perché, escludendo i settori di appartenenza, è comprensibile che l’onere di gestione non potrebbe non ricadere su di un unico soggetto-gestore, come l’Inps, ad esempio.
Tale “architettura” del sistema estenderebbe l’utilizzo del Fondo di Integrazione Salariale (FIS) dove attualmente non previsto ed in sostituzione di quella che oggi è la Cassa Integrazione Guadagni in Deroga (CIGD). Una semplificazione che coglieva il plauso perché, oltre uniformare realmente gli ammortizzatori, avrebbe potuto aprire le porte anche a successivi elementi di “performance” dell’ammortizzatore unico, ossia la gestione in ordine cronologico delle richieste di ammortizzatore ed una semplificazione burocratica non da poco, quale l’unica piattaforma informatica di gestione degli ammortizzatori.
Sintomatico di quello che da qui in poi ha portato lo stravolgimento di questa impostazione strutturale del sistema è una frase di un rappresentante di una associazione datoriale partecipante al tavolo, il cui tenore era: “Ministro, se non valorizza i Fondi Bilaterali, anche alternativi, ci fa crollare tutto il sistema bilaterale”.
La successiva convocazione del tavolo al MLPS ha visto un’inversione di rotta (non dei partecipanti al tavolo ma del Ministro), dall’ipotesi iniziale d’universalismo del sistema di ammortizzatori sociali, come sopra esposto, passando alla differenziazione secondo le caratteristiche settoriali, ossia stravolgendo l’impianto iniziale per lasciare lo “status quo” ed ancora aumentando il raggio d’azione dei Fondi Bilaterali prevedendone la loro costituzione anche per settori dove non sono operanti, nonché la creazione di un Super Fondo (Fondo Emergenziale Intersettoriale – FEI) che, di fatto, non modifica nulla rispetto all’impianto attuale degli ammortizzatori, anzi lo burocratizza ulteriormente.
E’ credenza comune che il nuovo sistema ideato e, si sottolinea, “non approvato” dal Tavolo sugli Ammortizzatori Sociali al MLPS, contenga diversi ‘peccati originali’, anche se con diverse sfumature, che vanno dai costi (ma non si può pensare ad una riforma a costo zero) fino a chi, trovandosi nell’area di competenza del FIS, ne avrebbe voluto l’ampliamento e non l’inserimento in un Fondo Settoriale non richiesto (sono le associazioni imprenditoriali attualmente sul piede di guerra). Credere che la mancata valorizzazione dei Fondi Bilaterali faccia crollare l’intero sistema bilaterale è indicativo di un sistema basato non sulla libera adesione delle imprese, ma sulla adesione forzata. È bene ricordare che il versamento ai Fondi – che si vuole obbligatorio – si confonde con il versamento agli Enti Bilaterali – non obbligatorio sulla base del principio di libertà associativa, anche negativa – attraverso il versamento con stesso codice F24 di entrambi gli importi e gestiti dall’Ente Bilaterale, generando diversi problemi anche in ordine alla gestione dei dati delle aziende e dei lavoratori aderenti.
Ciò comporta, di fatto, l’impossibilità d’ottemperare ad un obbligo (Fondo) ed operare una libera scelta (adesione ad un Ente Bilaterale) tendendo quindi ad un sistema bilaterale gestito solo da alcune sigle sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori (comune denominatore) che negli ultimi anni hanno provato sulla loro pelle la crisi della rappresentanza ed ora, forzatamente, si vuole escludere chi la loro minaccia. Già la sola istituzione di codici specifici di versamento F24 per i Fondi Settoriali sia esistenti che costituendi, indipendenti da quello degli Enti Bilaterali, potrebbe tutelare sia l’obbligatorietà che la libera scelta e non aumentare il sistema ad esclusione già esistente.
Tante le criticità sulla governance dei Fondi
Non da ultimo sono state espresse al Tavolo del MLPS anche criticità sulla governance dei Fondi perché, se inclusivi di tutti i lavoratori e datori di lavoro, dovrebbero essere “gestiti” da tutte le sigle che questi rappresentano (semmai tutte le sigle comparativamente rappresentative) visto l’interesse pubblico dell’intervento (a pensarci bene sembra la gestione del FIS) e non affidarlo alla volontà delle Parti che vicendevolmente scelgono i propri interlocutori.
Cos’ha di universalistico un sistema che ritiene esistente una sola galassia (di relazioni sindacali)?
Fra le altre cose, la regolarità del versamento dell’aliquota di contribuzione ordinaria ai fondi di solidarietà bilaterali si vorrebbe come condizione per il rilascio del documento unico di regolarità contributiva (DURC). Per quale assurdo motivo si vuole ancora affidare ad un sistema associazionistico il rilascio del DURC? Forse per sostenere le adesioni ad un sistema di esclusivo appannaggio di alcune organizzazioni sindacali dei lavoratori e degli imprenditori? La risposta sembra ovvia.
Come al solito a rimetterci saranno i lavoratori se non a livello economico in termini di rappresentanza delle proprie idee, se non omologate a determinate sigle sindacali.
* Vice segretario Generale Fesica Confsal e coordinatore tavolo ammortizzatori sociali