“Smart Working Reloaded” (edizioni Vita e Pensiero, 2021), scritto da Luca Pesenti e Giovanni Scansani, è un libro dedicato al tema del “lavoro agile” che per impostazione concettuale e contenuto non si aggiunge alla lunga lista di pubblicazioni apparse sull’onda dei facili entusiasmi che hanno sin qui caratterizzato il dibattito sul tema.
È un testo diverso, utile ai tecnici, ma anche a tutti coloro che vogliono capire più in profondità cosa stia accadendo nelle (e fuori dalle) imprese e che, come precisa il sottotitolo, traccia le linee di “una nuova organizzazione del lavoro oltre le utopie” con l’intento di “riavvolgere” idealmente il nastro delle molte (forse troppe) narrazioni che hanno accompagnato una riflessione spesso confusa su un argomento, invece, ormai centrale nel quadro del ripensamento dei luoghi di lavoro e delle stesse modalità di esecuzione della prestazione lavorativa.
Ci siamo adattati alla trasformazione del lavoro?
Per gli Autori – Luca Pesenti (professore associato di sociologia alla Cattolica di Milano) e Giovanni Scansani (manager e professore a contratto nello stesso Ateneo) – ragionare di trasformazione del lavoro e di organizzazione d’impresa significa, anzitutto, partire dalla riscoperta del significato che il lavoro ha nella vita delle persone e delle aziende, il cui senso non può non fare i conti con l’impatto crescente che le tecnologie hanno sulla vita di ciascuno e sull’organizzazione delle imprese e quindi, in generale, sul lavoro.
L’apporto offerto dal testo ad una migliore comprensione del fenomeno è incentrato proprio sulle dinamiche – in atto da ben prima della pandemia – che stanno trasformando il lavoro e la sua stessa antropologia.
Le molte retoriche del “New Normal”, pronte a dipingere anche con un malcelato snobismo un futuro fatto di lavoratori comodamente sdraiati sulle più amene spiagge del pianeta, o più semplicemente ritornati a vivere e lavorare al loro borgo natìo, da cui potranno operare semplicemente affidandosi ad un pc o ad uno smartphone, hanno riempito le pagine dei giornali e dei social favorendo “letture” del fenomeno ben lontane dal suo esatto inquadramento.
Definire il lavoro agile
Proprio per smentire queste ed altre utopie che pure sono state a lungo narrate nel corso di questi ultimi due anni (nei quali – è bene ricordarlo – non è andato in scena il reale “lavoro agile”, ma più spesso un “lavoro da remoto forzato” da esigenze di carattere prevenzionale per evitare i contagi), il libro offre un’ampia disamina di cosa, anzitutto, non possa essere considerato “lavoro agile”, mettendo in guardia da quella che gli Autori hanno ribattezzato “Smart Working Euphoria” e sulla cui base sono stati immaginati futuri contesti che ben poco hanno a che fare non solo con le esigenze organizzative del lavoro e delle imprese, ma con le stesse esigenze delle persone, a partire da quelle relazionali tanto nell’ambiente lavorativo, quanto in generale nella propria sfera personale, ora esposte al rischio di tutt’altro che agili “conciliazioni” tra vita e lavoro.
Utile alla comprensione del fenomeno è lo sguardo – davvero ricco di informazioni – che deriva dall’esame delle più importanti ricerche scientifiche nazionali ed internazionali che hanno affrontato l’argomento. Si esce così, finalmente, dal solco tracciato da decine di “ricerche” che di robusto, sul piano scientifico, avevano ben poco, non foss’altro per la loro autoreferenzialità essendo di diretta provenienza di realtà che fanno della consulenza sul “lavoro agile” il loro business.
Emerge così un panorama di evidenze che dimostrano che ciò che è stato salutato come una “rivoluzione” o come l’avvento, quasi messianico, di un rivolgimento tanto atteso (peraltro dovuto ad una tragedia come la pandemia) non è e non sarà “un pranzo di gala” perchè in gioco ci sono numerose e complesse trasformazioni che riguardano, in primis, lo stesso impianto culturale di manager e lavoratori che nell’autentica modalità “agile” di lavorare dovranno trovare equilibri, allo stato, del tutto assenti nella maggior parte delle organizzazioni ed il cui raggiungimento è però il presupposto perchè una reale trasformazione del lavoro possa realizzarsi.
Un aiuto per districarsi su questi temi potrà venire anche dalle case-history delle importanti aziende che nel libro hanno raccontato la loro esperienza (tra queste: Amplifon, Comau, Davines, Enel, Findus, ING Italia, Lamborghini).
I nuovi paradigmi dello smart working
Per gli Autori è nei processi trasformativi di “impresa 4.0” e nel passaggio da un’esecuzione del lavoro basata su mansioni standardizzate e burocratizzate a quella resa agendo sulla base di ruoli agìti dai lavoratori nella pienezza del loro apporto cognitivo che si gioca la futura affermazione di un autentico lavoro che possa dirsi davvero “smart” in organizzazioni, a loro volta, realmente “agili”. Questo ben sapendo che la sola evoluzione tecnologica non basta essendo necessaria, anzitutto, un’evoluzione culturale e dunque umana e professionale che deve partire dagli imprenditori e dai manager, troppo spesso ancora legati agli schemi novecenteschi di un controllo gerarchico che non libera le potenzialità soggettive dei singoli come invece il lavoro post-fordista richiede per essere pienamente performante.
Il libro offre allora una ricostruzione del quadro progettuale del “lavoro agile” indicando quali potranno essere i nuovi paradigmi cui gli stessi smart worker dovranno rifarsi per poter pienamente partecipare alla trasformazione in atto. E proprio il tema della partecipazione dei lavoratori all’organizzazione del lavoro sembra essere una chiave di lettura corretta posto che il “lavoro agile”, tramite l’accordo individuale che lo istituisce, implica di per sé un momento di co-progettazione del lavoro capace di introdurre dinamiche del tutto differenti rispetto all’impostazione tradizionale delle attività: fiducia, responsabilità condivise, delega, discrezionalità operativa, cooperazione e focus sui risultati sono allora le reali “linee-guida” del lavoro del terzo millennio.
Un saggio dell’Avv. Angelo Zambelli correda il testo evidenziando i principali punti di attenzione che una corretta progettazione del “lavoro agile” non deve omettere di considerare per poter essere coerente con l’impianto normativo con il quale occorre confrontarsi.
Il libro, infine, non tace i rischi che la diffusione di questa nuova modalità di lavorare, soprattutto se non correttamente progettata nel quadro di una complessiva reingegnerizzazione dell’impresa, potrà comportare non solo per i lavoratori e le stesse aziende, ma anche per altri stakeholder ed altri luoghi della vita, a partire dalle città.
L’invito è a mettere in campo una visione multidisciplinare capace di tenere insieme i pezzi del “mosaico sociale” che la strutturale diffusione di questa modalità organizzativa del lavoro (e della vita) farà certamente in parte “saltare” ma che, come ricordano Pesenti e Scansani, “non si deve perdere l’occasione di poter ricomporre lungo le linee di un disegno possibilmente più bello”.