di Virna Bottarelli |
Serve un modello di riferimento nazionale, per le politiche attive, che stabilisca strumenti e misure comuni, da declinare poi sulle esigenze specifiche dei territori. Un ripensamento collettivo per cogliere, senza sprechi, le opportunità della ripartenza.
La complessità è la cifra del nostro tempo: guai a generalizzare, a liquidare le questioni aperte che interessano la nostra società con un “tanto non cambia mai niente”. Anche quando gli eventi sembrano ripetersi secondo un rituale, o quando le istituzioni sembrano incapaci di svoltare in direzione del “nuovo”, c’è sempre qualche elemento che merita di essere approfondito. Se non altro per capire i motivi di uno stallo altrimenti inspiegabile.
Come nel caso delle politiche attive del lavoro. Perché si ha sempre la sensazione che non godano di buona salute? Lo chiediamo a Maurizio Del Conte, professore di Diritto del Lavoro all’Università Bocconi di Milano, presidente di Afol Metropolitana ed ex presidente di Anpal. “Lo scenario è a macchia di leopardo. Ci sono realtà nelle quali le politiche attive funzionano bene e altre nelle quali non funzionano. E le prime sono, purtroppo, l’eccezione. Il fatto, poi, che le maggiori lacune si abbiano nei territori più critici, dove le persone hanno più difficoltà a trovare, ancora prima che un’occupazione, un percorso di occupabilità, complica il quadro. Le politiche attive, in sostanza, funzionano peggio laddove ce n’è più bisogno. Del resto, parliamo di un ambito che è stato a lungo trascurato: la riforma del 2015, seppure significativa, si è limitata alla governance, non ha interessato l’infrastrutturazione per carenza di fondi. Oggi abbiamo le risorse del Piano di Ripresa e Resilienza, un programma dedicato alle politiche attive, il Gol (Garanzia Occupabilità Lavoratori), ma siamo lontani dall’implementazione concreta delle riforme”.
Politiche attive: su quali aspetti è necessario intervenire?
Credo ci sia bisogno di ripensare soprattutto la progettualità del sistema in modo da coordinare i diversi soggetti che operano nelle politiche attive ai diversi livelli di competenza. Non abbiamo un modello nazionale di politiche attive, perché le competenze in materia sono ripartite tra Stato e Regioni. Bisognerebbe andare oltre e fare uno sforzo comune per arrivare a un modello unitario. Questo comporterebbe qualche rinuncia a entrambi i livelli, statale e regionale, ma consentirebbe di raggiungere i vantaggi di un’economia di scala e di adottare misure da diffondere e sperimentare su tutto il territorio con strumenti omogenei. È essenziale adottare una governance capace di fare una sintesi tra le diverse componenti, stabilendo una progettualità unica, definendo funzioni, obiettivi, percorsi e misure concrete.
Un secondo punto fondamentale riguarda l’integrazione dei percorsi formativi e di accompagnamento al lavoro. Occorre progettare la formazione professionale in funzione dell’accompagnamento al lavoro. Purtroppo, servizi per il lavoro, formazione e imprese sono troppo distanti gli uni dagli altri. Per non disperdere le risorse e fornire un servizio che sia davvero utile alle persone, è importante mettere a fattore comune domanda e offerta di servizi, patrimoni informativi e offerta di formazione.
Le persone hanno bisogno di essere orientate. Non si può pensare che ciascuno sappia dove e come scegliere i servizi adatti alla propria situazione. Il disoccupato, così come il giovane che si avvicina al mondo del lavoro, non ha spesso le informazioni necessarie. Occorre un orientamento che sia ancorato a una valutazione preventiva delle competenze e conoscenze del soggetto che cerca un impiego. Su questo aspetto, purtroppo, non si è investito abbastanza. L’importanza di avere un modello unico interessa anche un terzo aspetto, quello degli investimenti nell’infrastruttura. Non è pensabile che ogni centro per l’impiego adotti una modalità diversa per erogare i propri servizi. Se avessimo un modello unico, anche l’investimento sulle infrastrutture materiali sarebbe più efficiente. E consentirebbe di rafforzare il servizio di politiche attive nei territori più fragili.
Come può un approccio centralizzato tenere conto delle peculiarità delle realtà locali?
Qui tocchiamo un punto delicato, ma centrale. Progettualità unica significa anche rafforzare i servizi laddove i territori sono più fragili. Rendendoli su misura dell’economia del territorio stesso. Per fare ciò è necessaria una grande capacità di intelligence del territorio, nel senso che occorre conoscere bene l’economia locale, la sua offerta di lavoro, le competenze di cui si dispone e le esigenze delle imprese. Per poter creare percorsi formativi finalizzati a ridurre il gap tra domanda e offerta di lavoro.
Ai centri per l’impiego vanno dati strumenti efficaci per incrociare le informazioni, ma è proprio su questo punto che le lacune sono ancora gravi. Da venticinque anni si parla di una dorsale unica dei dati sul lavoro, ma ancora oggi le banche dati pubbliche di Inps, Anpal, del Ministero del Lavoro e delle Comunicazioni Obbligatorie non comunicano fra loro, nonostante basti un atto amministrativo per risolvere la questione. Bisognerebbe scardinare quella “gelosia” sulla detenzione dei dati, particolarmente accentuata nella Pubblica Amministrazione.
Ci sono modelli in Europa ai quali ci si potrebbe ispirare per migliorare le nostre politiche attive?
Credo ci si possa ispirare a quei modelli che, nelle realtà economiche e sociali simili alla nostra, hanno funzionato meglio. Facendo ovviamente i dovuti distinguo: non è sensato trasferire nel nostro Paese modelli vigenti in altri contesti, con altre storie e specificità. Penso al modello francese o tedesco, che hanno puntato su un binomio vincente: centralizzazione della progettualità e localizzazione nell’erogazione dei servizi. Come accennato, la regia delle politiche attive deve essere unitaria, a livello nazionale, per garantire a tutti i territori i servizi adeguati e le risorse necessarie, con una distribuzione non uguale o paritaria, ovviamente, perché i territori richiedono diversi livelli di investimento.
È necessario poi, un sistema informativo fluido e immediatamente disponibile a tutti. Quando operavo in Anpal, avevo avviato una cooperazione con le agenzie nazionali del lavoro in Francia e Germania, per avere un confronto sulle best practice, gli strumenti, le tecnologie che servono per eseguire indagini accurate sul mercato del lavoro. Proseguire in quella direzione sarebbe utile.
La legge di bilancio 2022 e le politiche per il lavoro: si poteva fare qualcosa di più?
Indubbiamente sono state messe a disposizione molte risorse. 5 miliardi per le politiche attive del lavoro è una cifra che non si era mai vista. Ravviso però poca innovazione rispetto al passato per quanto riguarda gli strumenti introdotti. E ho l’impressione che si sia trovato un compromesso al ribasso nella negoziazione Stato-Regioni. L’idea di darsi obiettivi comuni e monitorarli è buona, ma non vedo strumenti adeguati a raggiungerli. Le risorse sono una condizione necessaria, ma non sufficiente. Senza le soluzioni giuste, il rischio di sprecare le risorse è, purtroppo, elevato.
La formazione è un elemento centrale, eppure, qualcosa ancora non funziona come dovrebbe…
L’idea che la formazione sia un elemento centrale per accompagnare il mercato del lavoro in una fase di transizione come quella attuale è sempre più condivisa. Abbiamo anche una direzione ben tracciata rispetto a quali saranno gli ambiti che richiederanno più competenze, ossia la digitalizzazione e la transizione energetica. Serve però un ridisegno complessivo della formazione professionale, partendo dalla definizione chi sono i soggetti formatori che possono partecipare al processo di trasformazione delle competenze e concorrere ai fondi del Pnrr.
Una buona formazione fa crescere l’ecosistema economico e territoriale, mentre una formazione che non funziona sa solo divorare risorse pubbliche e dare il là a situazioni di illegalità. Per evitare questo secondo scenario, è importante selezionare i soggetti formatori. Verificando e certificando le competenze acquisite a valle dei percorsi formativi o gli obiettivi occupazionali raggiunti. Non ha senso dare contributi a pioggia o lasciare che siano gli enti a decidere quali corsi offrire. Deve esserci una programmazione che indichi chiaramente ore, materie e severi criteri di accesso ai finanziamenti, basati su verifiche ex post.
Come avete vissuto in Afol Metropolitana gli ultimi due anni?
Gli anni della pandemia hanno rappresentato per Afol una straordinaria sfida al cambiamento, innanzitutto per quanto riguarda la digitalizzazione. Abbiamo spostato quasi il 70% delle attività a sportello su una app, consentendo così di alleggerire il lavoro burocratico e amministrativo dei centri per l’impiego. In secondo luogo, abbiamo spinto l’acceleratore sull’integrazione fra i tre pilastri della nostra agenzia: formazione, lavoro e orientamento. Abbiamo inaugurato il nostro ITS, completando così la proposta di ciclo formativo: è il tassello di Alta Formazione che ci mancava.
Oggi l’utente che si rivolge ad Afol viene indirizzato a un percorso composito, che copre formazione, orientamento e accompagnamento al lavoro. Negli ultimi tempi abbiamo anche creato servizi dedicati esclusivamente alle donne, tenendo presente la specificità delle loro esigenze, spesso legate alla difficoltà di conciliare cura familiare e necessità di procurarsi un reddito. Chiaramente sono stati anche anni difficili a causa dell’emergenza sanitaria. Inizialmente i nostri sportelli hanno lavorato poco, sia per il blocco generalizzato delle attività, sia per le misure di sostegno adottate a livello governativo per tamponare la situazione. Ora l’economia si è rimessa in moto, gli inattivi sono calati e respiriamo un clima di fiducia. Ma è doveroso fare una precisazione: dal punto di vista qualitativo non tutte le situazioni di ricollocazione sono positive. Molte persone sono ripartite da zero, cambiando settore e con condizioni di lavoro peggiori rispetto a prima, con contratti precari.
Rimanendo in tema di occupazione, che cosa possiamo aspettarci per il 2022?
Un Pil in crescita non produce automaticamente un’occupazione di qualità. Quest’ultima si realizza solo se si investe su capitale umano e formazione. In caso contrario, c’è il rischio che crescano i cosiddetti “working poor”. È quindi fondamentale elevare il sistema produttivo italiano verso le attività che generano maggior valore. Per le quali c’è bisogno di competenze più “pregiate”. Si lanciano allarmi sul fatto che le imprese faticano a trovare forza lavoro qualificata, ma le risorse qualificate vanno formate con processi di apprendimento continuo.
Il nostro Paese ha puntato a lungo sul carattere monodimensionale della carriera professionale. Nell’era contemporanea questo approccio non è più valido, il paradigma va cambiato. La riconversione professionale, anche in età adulta, a diversi livelli, operativi e manageriali, è fattibile. Si tratta, ovviamente, di fare una programmazione e investire risorse e tempo. È indubbiamente un processo oneroso, che le aziende più strutturate sono in grado di sostenere autonomamente e che andrebbe invece incentivato in quelle realtà che non hanno risorse adeguate a intraprenderlo.
CHI È MAURIZIO DEL CONTE![]() Professore ordinario di Diritto del Lavoro presso il Dipartimento di Studi Giuridici dell’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, Maurizio Del Conte è stato dal 2016 al 2019 presidente di Anpal. Attualmente è presidente di Afol Metropolitana. Nato nel 1965, si è laureato in giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano nel 1990 e ha conseguito un Dottorato di ricerca in Diritto comunitario del lavoro all’Università di Pavia nel 1997. È iscritto all’Albo degli Avvocati dal 1994 e all’Albo dei Cassazionisti dal 2006. È stato anche consigliere giuridico del Presidente del Consiglio nei Governi Renzi e Gentiloni. |