La formazione risponde alla sfida green

I risvolti economici, imprenditoriali e professionali degli obiettivi sostenibili passano necessariamente attraverso la formazione: alcuni spunti per interpretare il cambiamento vengono da un momento di confronto organizzato da Enel e Lavoro&Welfare

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Sfida green e formazione: il dibattito

di Maria Cecilia Chiappani |

La sfida green non come obbligo ma come risorsa per aumentare la competitività delle imprese e dei professionisti italiani. Come occasione per creare un ecosistema di servizi e competenze che ridisegni l’intero sistema produttivo portando nuovi benefici socio-economici.

Visto così, l’impatto – positivo o negativo – della “green economy” sarà commisurato alla capacità di intercettare l’identikit dei profili più richiesti e di predisporre adeguati interventi di politica attiva del lavoro. Come cogliere concretamente questa sfida? Puntando sui percorsi di riqualificazione professionale finalizzati al reinserimento dei lavoratori in transizione e dei disoccupati. Ossia definendo nuovi programmi di reskilling e upskilling, soprattutto in ambito digitale, per consentire al capitale umano di rispondere alle mutate necessità delle aziende. Altrettanto strategico è il rafforzamento della collaborazione scuola-lavoro con progetti concretamente utili all’inserimento dei giovani.

Il convegno “La formazione: leva strategica della transizione ecologica”, organizzato online dall’associazione Lavoro&Welfare e da Enel, ha approfondito proprio gli aspetti strategici di questo modello evolutivo interrogandone i principali attori: le aziende, gli esperti, le rappresentanze sindacali e il mondo politico.

Sfida green: il “come” fa la differenza

Al centro del dibattito, moderato dal giornalista de Il Sole 24 Ore Marco Lo Conte, una presa di coscienza inevitabile. Non è più tempo di decidere se affrontare o meno la transizione ecologica, bensì è urgente capire come farlo. Perché le due facce della medaglia, obiettivi green e formazione, richiedono anzitutto un cambiamento culturale importante.

“Transizione verde significa nuovi modi di produrre energia, nuovi attori sulla scena, nuove competenze digitali in linea con un settore in rapida evoluzione – esordisce Francesca Valente, head of people & organization di Enel Italy. “Una parola su tutte, velocità: il Pnrr offre risorse consistenti, ma gli investimenti vanno realizzati entro il 2026. Questa spinta si riflette anche sulle dinamiche aziendali, il piano strategico del gruppo Enel prevede per esempio di bruciare le tappe del Green Deal al 2050, toccando le zero emissioni entro il 2040”.

A maggior ragione, dunque, la formazione diventa chiave del cambiamento, nonché elemento di accelerazione integrato al Pnrr. Non è un caso che la Missione 5 abbia individuato nel miglioramento dei sistemi di istruzione e di formazione una leva per migliorare la coesione sociale. In aggiunta, il “Manifesto Lavoro ed Energia” dell’autunno 2021 sottolinea l’importanza di condividere know-how per generare nuove competenze e rimodellare, in meglio, il mondo del lavoro italiano.

Qualità, formazione e inclusione

Il “come” della transizione ecologica chiama in causa la collaborazione tra pubblico e privato. “Integrare efficacemente azienda e scuola non rappresenta un semplice vezzo”, aggiunge Cesare Damiano, già ministro del Lavoro e presidente dell’associazione Lavoro&Welfare. “È l’unico strumento che abbiamo per non mancare un’occasione epocale. L’attuale situazione economica del rimbalzo post-emergenza deve trasformarsi in crescita qualitativa, tramite interventi politici che aiutino il sistema delle imprese e del lavoro a includere una visione sociale. Va colta infatti l’essenza della struttura produttiva italiana, fatta di poche grandi aziende e di moltissime piccole e micro imprese. Facciamo sì che nessuno resti escluso dalle opportunità di sviluppo del Pnrr”.

Gli strumenti ci sono. Basti pensare al programma Gol (Garanzia di occupabilità dei lavoratori) e ai suoi 5 miliardi di euro stanziati per intercettare 3 milioni di potenziali beneficiari entro il 2025. Parliamo in particolare di manodopera femminile, disoccupati di lungo periodo, over 55 e diversamente abili. Nell’ambito di questa misura, sono 800mila le persone coinvolgibili in attività formative e 300mila in specifici percorsi sulla digitalizzazione.

Il diritto del lavoro è pronto alla just transition?

Risponde a questa domanda Adalberto Perulli, professore ordinario di Diritto del Lavoro all’Università Ca’ Foscari di Venezia. “L’armamentario normativo per un modello di mercato del lavoro green-friendly è tutto da costruire”, spiega Perulli. “L’Organizzazione Internazionale del lavoro ha da tempo indicato gli elementi per costruire la just transition del capitale umano, ma sul piano nazionale si è fatto ben poco. La partecipazione attiva dei lavoratori alla trasformazione sostenibile e digitale passa sia dai contratti individuali, inserendo nuove clausole green, sia dai rapporti collettivi, con una contrattazione capace di valorizzare in profondità la questione”.

Quanto alla formazione, servono meno retorica e più concretezza. E soprattutto muoversi velocemente per rendere operativo il pilastro sociale europeo del diritto alla formazione nel nostro ordinamento giuridico. Anche la sfera privata può fare di più. La formula dell’apprendistato esiste dai tempi della legge Biagi (2003), ma non è mai veramente decollata. C’è poi il tema della formazione continua con il Fondo nuove competenze, una misura utile ma poco conosciuta soprattutto tra le Pmi. L’urgenza della transizione ecologica ci chiede di riformarla, uscendo dall’approccio emergenziale per creare un sistema “naturale” di finanziamento della formazione in aula e on the job finalizzata all’accertamento delle competenze.

Sindacati in forma attiva per la sfida green

Sull’altro fronte, le rappresentanze sindacali si attrezzano per affrontare il passaggio dalla formazione al lavoro. “Come organizzazione rivolta anche al settore energetico mi soffermo su una doverosa premessa”, spiega Ilvo Sorrentino, segretario nazionale Filctem Cgil. “Solo definendo la filiera che vogliamo costruire capiremo gli investimenti da fare e, dunque, il tipo di formazione necessario. Le centrali a carbone impiegavano minimo 400 addetti di alto profilo, le rinnovabili stanno cambiando radicalmente la produzione e la distribuzione dell’energia. Oggi in Italia domina l’idroelettrico, ma puntare su solare ed eolico porterà risvolti occupazionali ben diversi”.

Una volta compresa la strada da seguire, le imprese, la politica e le parti sociali potranno fare sistema per indirizzare il contesto formativo. Vista la carenza di figure tecniche specializzate, l’auspicio è poter riprendere presto le attività in presenza, ritenute in questo ambito più efficaci delle modalità online. “Quello che conta”, aggiunge Paolo Pirani, segretario generale Uiltec Uil, “è uscire dal periodo pandemico con ragionamenti olistici, per non trovarci ad affrontare separatamente le esigenze della formazione, della politica industriale e dell’innovazione tecnologica. L’adozione di una o dell’altra strategia cambierà gli effetti economici e sociali. Servono decisioni e azioni chiare su ogni fronte”. Va da sé che il cambiamento comporta l’ingresso di nuovi sistemi di formazione: per gestire nuove tecnologie, servono nuove professionalità.

Consapevolezza e collaborazione

La messa a terra di quanto emerso dal dibattito è la vera sfida del mondo istituzionale. Lo conferma nell’ultimo intervento Rossella Accoto, sottosegretario al Ministero del Lavoro. “Quando si parla di formazione si toccano punti strettamente connessi alla transizione ecologica. Importante, in quest’ottica, intervenire attraverso corsi specializzati, implementare il sistema duale ed estenderlo anche ai disoccupati e valorizzare l’apprendistato di primo, secondo e terzo livello”.

Spesso, poi, le imprese non dialogano con il mondo formativo. Il programma Gol risponde proprio a questa esigenza, con la possibilità di creare soluzioni on the job e di personalizzare questi percorsi su ogni singolo lavoratore. Il Fondo Nuove Competenze, infine, si colloca pienamente in questo contesto come leva di rinnovamento per il settore energetico ed ecologico. “L’Italia ha in mano tutti gli strumenti per diventare più sostenibile, ma solo con l’apporto di tutti gli stakeholder si raggiungeranno risultati vincenti”, conclude Rossella Accoto.

LE BEST PRACTICE DI ENEL

Tra le realtà coinvolte nei processi di transizione energetica, Enel ha scelto di investire nella formazione. Intesa non come semplice training ma come “lifelong learning”, accompagnando l’intera carriera professionale delle proprie risorse umane. Nelle iniziative interne, i percorsi di reskilling e upskilling sono stati attivati anche in piena emergenza Covid, mentre il progetto Re-Generation (corsi universitari online per i dipendenti over 50, realizzati in collaborazione con UniNettuno) ha dato una spinta inclusiva importante.

Soddisfacenti anche i risultati dell’apprendistato: oggi in Enel ci sono 377 apprendisti, 332 professionisti che hanno completato il percorso e il progetto coinvolge 20 istituti tecnici in tutta Italia. Qui, il coinvolgimento delle parti sociali ha aiutato a creare linee guida condivise, capaci di anticipare alcune soluzioni oggi previste dalla legislazione. Da segnalare è anche l’apprendistato duale di alta formazione e ricerca attivato con la Facoltà di Ingegneria dell’Università Roma Tre. Un’iniziativa che offre agli studenti del terzo anno la possibilità di alternare la presenza in aula e in azienda.

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