Apprendere nel mondo ibrido

Responsabilità individuale, contesto culturale, interazioni sociali sono elementi compresenti in ogni processo di apprendimento, ma sono anche fuori dal controllo di chi è chiamato a progettare la formazione

0
221
mondo ibrido della formazione

a cura di APPrendere |

Durante una visita per verificare l’esito di una sessione di apprendistato di una mia studentessa nell’ufficio formazione di una grande azienda, fui accompagnato dalla responsabile dell’ufficio all’interno della loro sala riunioni dove, su ogni parete, erano presenti degli immensi e dettagliati grafici.

La responsabile mi disse: “questo è il modello di Instructional Design che abbiamo realizzato. Siamo davvero orgogliosi di questo modello”. Ho analizzato con maggiore attenzione il modello descritto sui grandi fogli appesi alle pareti rimanendo profondamente sorpreso dall’enorme livello di dettaglio presente. Erano riconoscibili tutti i principali componenti del modello ADDIE incluso livello dopo livello ogni singolo sotto argomento. Provando a fare uno sforzo per non giudicare immediatamente il modello provai a domandare: “qual è il principale vantaggio che avete identificato nell’utilizzare questo modello anziché uno più semplice?”

“Oh”, rispose la responsabile, “seguendo questo modello riusciamo a ottenere il nostro obiettivo primario che è di avere zero difetti”. Un po’ perplesso, domandai: “zero difetti? Intende dire che questo modello vi aiuta nell’identificare i problemi nei prodotti della vostra azienda?”

“No, non nei prodotti”, rispose prontamente, “nelle persone”. Sbalordito domandai “E come fate a decidere che una persona ‘è difettosa’?”. Senza alcuna esitazione spiegò: “Ogni volta che uno studente risponde a un test in modo non corretto, questo è considerato un difetto”. (Osguthorpe, Osguthorpe, Jacob, & Davies, 2003).

* Liberamente tratto e tradotto da “The Moral Dimensions of Instructional Design”

Creare un corso di formazione è un lavoro impegnativo che richiede grandi competenze tecniche, ma ancor più grandi “competenze umane”. Ci sono precise e profonde responsabilità che emergono dall’avere a che fare con le persone. Non esistono corsi perfetti come non esistono persone perfette. L’obiettivo della formazione non può che essere quello dell’apprendimento, considerato questo come un processo di carattere strettamente individuale. Mediato da un insieme complesso di interazioni tra sistemi complessi, tra cui il tipo di intelligenza, le capacità cognitive di base come attenzione e memoria, la cultura e la storia del learner, ecc. La formazione non è un’attività tra le altre, “essa non appartiene all’ordine del metodo e, ancora meno può essere pensata come mezzo in vista di un fine esterno ad essa. La formazione è piuttosto una struttura dell’esistenza” (Fabre, 1999).

Quale formazione nel mondo ibrido

Nel mondo attuale, dove la velocità del cambiamento si sposa con una crescente complessità, la formazione non è più un lusso o un momento delimitato nella biografia della persona. Formazione oggi è una formazione continua, un processo di apprendimento che non può essere abbandonato ma, al contrario, deve essere costantemente alimentato e arricchito. In questa prospettiva la formazione è in primo luogo auto-responsabilizzazione al proprio apprendimento dove il lavoro personale si focalizza sull’essere presente, consapevole e parte attiva della propria formazione. Il punto di partenza è il soggetto inserito nel suo complesso sistema di relazioni.

Nei primi decenni del ‘900 Lev Vygotskij e Alexander Luria (due psicologi russi) hanno evidenziato quanto l’apprendimento sia il frutto combinato di contesto e interazione in cui questo avviene. La cultura crea il contesto, in cui il processo formativo avviene, con un impatto imprescindibile sul risultato dell’apprendimento. Ma è attraverso le interazioni sociali che si costruisce il significato, il senso e l’applicabilità di quanto appreso.

Responsabilità individuale, contesto culturale, interazioni sociali sono elementi compresenti in ogni processo di apprendimento, ma ognuno di questi è fuori dal controllo di chi è chiamato a progettare la formazione. Ciò non di meno non possono essere semplicemente ignorati nella progettazione del piano formativo. Chi è chiamato a progettare la formazione deve confrontarsi con una difficoltà: trovare il giusto trade-off tra perfezione e superficialità. La perfezione dello “zero difetti” che è utopica (o manipolatoria, basti pensare a come costruire questionari con risposte implicite nel quesito o ancor peggio a veri e propri “lavaggi del cervello”) e la superficialità di chi pensa che il contenuto del proprio corso o la sua modalità di erogazione sia universalmente irresistibile.


L’articolo è realizzato in collaborazione con APPrendere, società di consulenza e servizi nell’ambito della formazione online.

Ti potrebbero interessare anche:

Deliberate practice: si apprende solo per scelta
Chi è il modern learner
Digital learning: una storia di flessibilità

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here