di Virna Bottarelli |
Inapp, l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, studia e valuta le politiche che hanno effetti sul mercato occupazionale. Ed è uno degli interlocutori più autorevoli a cui rivolgersi per cercare di capire a fondo le dinamiche del lavoro nel nostro Paese. Partendo proprio da un commento sulle politiche pubbliche, Sebastiano Fadda, presidente di Inapp, descrive lo scenario attuale del lavoro e dell’occupazione mettendone in evidenza i punti deboli.
Possiamo tracciare dei principi guida che hanno ispirato le politiche pubbliche in tema di lavoro in Italia o abbiamo assistito per lo più a provvedimenti di breve respiro, ai quali è mancata la base di una vera riforma strutturale?
Le politiche pubbliche in materia di lavoro in Italia non sono mai nate come un sistema organico di misure convergenti verso obiettivi di miglioramento del funzionamento del mercato del lavoro, della produttività delle imprese e delle condizioni di lavoro. L’auspicabile e auspicato legame tra politiche attive e politiche passive non è mai stato sviluppato. La storia ci mostra un succedersi di norme di volta in volta orientate a modificare un particolare aspetto delle dinamiche del mercato del lavoro, concepite tuttavia senza un approfondito esame delle ripercussioni sul comportamento degli agenti economici e, quindi, sull’intero sistema. Questo grosso limite ha generato una serie di conseguenze molto gravi sul piano dell’evoluzione del sistema produttivo dell’intero Paese e della sua competitività internazionale.
Se proprio si volesse cercare una linea ispiratrice delle politiche del lavoro, questa si potrebbe rintracciare nell’idea di perseguire un’idea di flessibilità del lavoro tale non tanto da essere funzionale alla riduzione dei “costi di aggiustamento” in caso di oscillazioni della domanda o di processi di cambiamento strutturale dell’economia, quanto da essere funzionale alla riduzione del costo del lavoro per unità di lavoro, cioè dei livelli salariali. L’idea che il raggiungimento di questo risultato attraverso varie forme di precarietà conducesse al miglioramento della competitività era (ed è) sbagliata. La competitività, se mai, si gioca sul costo del lavoro per unità di prodotto e non sul costo del lavoro per unità di lavoro. C’è infatti un terzo incomodo a cui spesso non si pensa: la produttività.
In tema di professioni e competenze, ha affermato che “ci troveremo presto davanti a un mondo produttivo diverso e il vecchio paradigma temporale formazione- lavoro-pensione non sarà più valido”. Il nostro Paese si sta preparando nel modo giusto a questo cambiamento?
Il mondo produttivo subisce un profondo e accelerato processo di trasformazione per via di due fenomeni. Una trasformazione della domanda finale e una trasformazione dei coefficienti tecnici di produzione (ossia dei processi produttivi) dovuta al progresso tecnico. La composizione della domanda finale cambia per l’evoluzione dei gusti dei consumatori, per l’evoluzione strutturale degli scambi internazionali, per l’evoluzione dei bisogni e dei consumi sociali (servizi sociali, istruzione, sanità, energie rinnovabili, protezione ambientale, tempo libero ecc.).
I processi produttivi cambiano soprattutto per l’impatto della digitalizzazione e delle tecnologie informatiche. Sistemi produttivi cibernetici, intelligenza artificiale, realtà aumentata, insomma tutta la cosiddetta quarta rivoluzione industriale. In questo contesto si rendono necessarie profonde riallocazioni del lavoro e un continuo aggiornamento e riallineamento delle competenze e delle abilità rispetto alle caratteristiche delle nuove mansioni e delle nuove forme di organizzazione del lavoro. Quindi la formazione dovrà necessariamente essere permanente e, vien da dire, anche il cosiddetto periodo di “quiescenza” avrà necessità di apprendimento continuo se l’invecchiamento deve essere “attivo”.
Prepararsi a tutto questo significa elaborare accurati scenari previsionali dei futuri fabbisogni professionali, adeguare continuamente il sistema formativo a tali scenari, perfezionare i meccanismi di riallocazione e di “transizioni” lavorative. Siamo pronti? Insomma, qualche idea c’è, vedi il programma GOL e il Fondo nuove competenze, ma siamo ancora lontani da una vera e propria organica programmazione strategica in proposito.
Si parla molto della necessità di fare formazione continua a tutti i livelli e in tutti i settori. Secondo i dati in possesso di Inapp, ci sono dei comparti che più di altri hanno bisogno di investire nell’aggiornamento del personale?
Tutti i comparti hanno bisogno di investire nell’aggiornamento del personale. Nessuna area sfugge alla penetrazione delle nuove tecnologie e quindi nessuna area può sottrarsi alla necessità di, come dicono gli inglesi, up-skilling e re-skilling del personale. E di ristrutturazione dei processi produttivi, a pena di confinarsi in un’area di arretratezza nociva alla stessa area ma anche all’intero sistema.
Senza dubbio l’area dove questa necessità è più urgente è quella della Pubblica Amministrazione. Tranne qualche lodevole eccezione, in quest’area c’è la maggior divergenza tra esigenze di aggiornamento e situazione attuale. Questo genera sprechi e inefficienze nella organizzazione dello Stato a tutti i livelli, inefficienza nei servizi ai cittadini e nella gestione delle politiche pubbliche, superfluo e costoso peso burocratico per gli operatori economici.
Un recente rapporto Inapp ha evidenziato che in Italia si spende troppo poco per i servizi e le misure di attivazione per i disoccupati, sebbene la spesa complessiva per prestazioni sociali sia sopra la media Ue. Impareremo mai a gestire bene le risorse pubbliche?
Le prestazioni sociali possono assumere due forme principali: quella dei trasferimenti monetari e quella delle erogazioni di servizi. In Italia, rispetto agli altri Paesi europei, c’è una eccessiva concentrazione nei trasferimenti monetari: indennità di invalidità, indennità di accompagnamento, sconti fiscali di ogni genere, bonus di ogni tipo, assegno unico e così via.
Resta poco per servizi reali: asili nido, servizi di assistenza agli anziani, servizi pubblici per l’impiego, servizi sanitari, servizi di inclusione sociale ecc. Perché? È molto più facile erogare un sussidio finanziario che organizzare la realizzazione efficiente di un servizio, ma purtroppo questo è anche un modo che consente con più facilità di percepire indebitamente un sussidio senza essere scoperti. “Indebitamente” significa in violazione delle condizionalità stabilite in base al principio della prova dei mezzi (mean test). Prestazioni sociali su base universalistica, accompagnate da un sistema fiscale ineludibile e progressivo, consentirebbero a ciascun percettore di reddito e pagatore di tasse di finanziare in maniera differenziata il medesimo servizio erogato in forma universale.
In un sistema fiscale scarsamente attendibile e scarsamente progressivo si ricorre a diverse forme di accertamento dei mezzi, come ad esempio l’Isee, ma se anche queste dovessero rivelarsi inattendibili si verificherebbero distorsioni nell’erogazione delle prestazioni sociali. Il sistema va interamente ristrutturato, ma dubito si abbia la capacità, o anche la volontà politica, di farlo.
Non crede sia paradossale il fatto che da un lato assistiamo al fenomeno delle Grandi Dimissioni, che potrebbe essere sintomo di una certa dinamicità del mercato, e dall’altro vediamo crescere il disagio sociale, come evidenziato dalla recente indagine Inapp sul reddito di cittadinanza? È il paradosso di una società sempre più polarizzata?
Sembra paradossale, ma non lo è. Questo fenomeno delle Grandi Dimissioni può essere espressione di diverse dinamiche. Può rivelare che l’offerta di lavoro non è semplicemente funzione del salario, ma che i lavoratori sono diventati più “choosy” nella scelta del lavoro. Tengono conto anche di molte altre variabili. Per esempio, la qualità del lavoro, le possibilità di carriera, il riconoscimento e la valorizzazione delle proprie capacità, la correttezza e il rispetto nelle relazioni gerarchiche in azienda, i “fringe benefits” offerti dall’azienda, la flessibilità e, da ultimo, anche la possibilità di lavorare da remoto.
Tutto questo potrebbe generare una sana competizione tra le imprese per offrire condizioni lavorative migliori. Il fenomeno può però anche rivelare una tendenza a prolungare esageratamente la permanenza in uno stato di “ricerca dell’occupazione”, in certi casi addirittura fittizia, confidando in varie forme di sostegno al reddito, dagli aiuti dei genitori fino al reddito di cittadinanza. Qui però bisogna fare chiarezza. Se le retribuzioni proposte sono inferiori al reddito di cittadinanza e le proposte di lavoro si presentano “non congrue” è giusto non accettare il lavoro, perché non si può scendere al di sotto di una soglia minima retributiva. Se il rifiuto, invece, riguarda proposte di lavoro “congrue”, è giusto non erogare il sussidio.
Parlando dei cosiddetti “working poor”, ha recentemente evidenziato come in Italia non si possa parlare di un mercato del lavoro “dignitoso in termini di reddito e stabilità”. Inapp si occupa di politiche pubbliche, ma non pensa che questa lacuna sia anche responsabilità di una classe imprenditoriale poco orientata al benessere dei lavoratori e, quindi, poco lungimirante?
Questa domanda si lega alla questione precedente. Se non venisse realizzata una qualche forma di salario minimo i lavoratori potrebbero essere costretti ad accettare qualsiasi retribuzione e qualsiasi condizione lavorativa, anche al di sotto della dignità, pur di sopravvivere seppure in condizioni di povertà. È chiaro che esistono diversi stratagemmi che consentono di scendere sotto la soglia del salario minimo (sia esso stabilito per legge o per via contrattuale). Dal ricorso al lavoro nero fino ai contratti “pirata”. È inutile stabilire una soglia minima per le retribuzioni se poi non si ha la forza per farla rispettare. Relazioni industriali robuste, adeguati poteri istituzionali di controllo, incentivi di natura economica e cultura industriale matura sono le condizioni necessarie per farla rispettare.
Purtroppo, il singolo operatore economico è quasi sempre incapace di andare oltre la visione di breve periodo e oltre la dimensione microeconomica, per cogliere gli aspetti di lungo periodo e di carattere macroeconomico conseguenti alle proprie scelte. Gli effetti aggregati delle scelte dei singoli agenti possono essere colti dalle organizzazioni e dalle autorità di politica economica. Possono, ma non necessariamente lo sono.
Con lo scoppio della guerra in Ucraina, il clima di fiducia che stava accompagnando l’uscita da due anni di pandemia ha subìto una battuta d’arresto. Quali ricadute dobbiamo aspettarci sul fronte dell’occupazione?
Ricadute non buone. Da un lato le aspettative negative degli imprenditori e dei consumatori incidono sulla domanda aggregata scoraggiando sia gli investimenti che i consumi. Dall’altro lato gli effettivi aumenti dei prezzi delle materie prime e delle fonti di energia e la contrazione degli scambi internazionali impongono un rallentamento del livello di attività economica. Tuttavia, è sperabile che questo effetto si limiti al breve periodo e che nel più lungo termine in parte tali fenomeni si attenuino e in parte si realizzino cambiamenti strutturali (proprio sotto lo stimolo di questi fenomeni) tali da condurre a una ripresa dell’economia.
Inapp ha una visibilità a tutto campo sul mondo del lavoro in Italia. Quali sono, in sintesi, le principali criticità che lo affliggono a oggi? Le istituzioni hanno gli strumenti giusti per affrontarle e, nella migliore delle ipotesi, risolverle?
A costo di severe semplificazioni, possiamo dire che i principali problemi sono quattro: la bassa dinamica salariale, l’eccessiva diffusione di forme di lavoro non standard e precarie, la bassa dinamica della produttività del lavoro e il basso tasso di occupazione. Di queste tre criticità si possono (e si devono) analizzare le varie manifestazioni, le cause e le interazioni reciproche. Il nostro Istituto lavoro molto su questi temi e produce un grande patrimonio di studi e di documentazione.
Le basi conoscitive necessarie per prendere decisioni politiche sono quindi disponibili, gli strumenti istituzionali di intervento pure. Purtroppo, però, si manifesta spesso una incoerenza tra i risultati della ricerca scientifica e le scelte politiche. In molti casi a disturbare la coerenza è un elemento che nuoce sempre alle decisioni razionali: l’effetto distorsivo delle ideologie.
Chi è Sebastiano Fadda![]() Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, sia in lingua italiana che in lingua inglese, Sebastiano Fadda è docente di Economia e Politica del Lavoro nell’ambito del Corso di Laurea Magistrale in “Mercato del Lavoro, Relazioni Industriali e Sistemi di Welfare” presso l’Università Roma Tre. Ha perfezionato gli studi in Economia presso l’Università di Cambridge come membro del King’s College e insegnato in qualità di professore ordinario micro e macroeconomia presso l’Università di Sassari, la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione e la Luiss. Ha fondato e presieduto l’Associazione Studi e Ricerche Interdisciplinari sul Lavoro (Astril) ed è anche responsabile dell’area di ricerca “Labour” della European Association for Evolutionary Political Economy. |