di Cleopatra Gatti |
La pandemia ha avuto conseguenze importanti sulla salute e sulla sicurezza del lavoro. Non solo le trasformazioni indotte dallo smart working hanno determinato una riduzione del fenomeno infortunistico, in particolare dei casi in itinere. Più in generale, l’emergenza ha fatto maturare una sensibilità diversa da parte delle aziende e dei lavoratori.
Grandi, medie e piccole realtà si sono confrontate con un cambiamento epocale. E la sicurezza sul lavoro da fattore percepito nella sua “dimensione formale”, legata al rispetto di obblighi e adempimenti, è diventata elemento sostanziale per il proseguimento delle attività imprenditoriali. Questo ha determinato un’evoluzione nell’attenzione, nella sensibilità e nell’approccio al tema della sicurezza.
Indagine su aziende e lavoratori
È quanto emerge da una indagine realizzata a inizio aprile su un campione di oltre 2.200 Consulenti del Lavoro da Fondazione Studi. Ben il 44,3% degli intervistati ha riscontrato, rispetto al 2019, una crescita del livello di attenzione delle aziende verso la sicurezza, che si concretizza nel maggiore ricorso all’utilizzo di dispositivi di prevenzione (il 62,7%). E in un complessivo incremento dell’igiene e della salubrità degli ambienti di lavoro (62,5%).
Ma a migliorare è stata anche la comunicazione interna. il 55,8% dei Consulenti afferma che l’attenzione da parte di dipendenti e collaboratori al tema è aumentata così come l’informazione da parte datoriale (52,7%). Crescono anche l’orientamento verso la prevenzione e il livello di sicurezza nei luoghi di lavoro.
Settori a confronto
A fronte di tali tendenze, emerge però una marcata variabilità settoriale. Sanità e istruzione (53,7%) e alberghi e ristoranti (51,1%), sono i comparti dove si registra la maggiore crescita di attenzione verso la sicurezza. In altri prevale invece un giudizio di invarianza: è il caso dell’agricoltura, dove “solo” il 20,6% indica un miglioramento. Ma anche del credito, informazione e comunicazione (25%), comparti dove presumibilmente i livelli di attenzione erano già elevati. Negli altri, il giudizio risulta più ambivalente: è il caso dell’edilizia, dove a fronte del 45,3% che reputa il livello di attenzione delle imprese aumentato, il 46,9% lo considera invariato.
In secondo luogo, a fronte del “cambiamento di clima” verso la materia, si evidenzia una maggiore difficoltà a tradurlo in misure operative. Se si escludono, infatti, gli interventi promossi dalla pandemia (dispositivi, igiene e salubrità dei luoghi, informazione ai dipendenti), su altre dimensioni prevale un giudizio di stabilità rispetto al 2019.
Le iniziative formative per i lavoratori
Solo il 37,6% dei Consulenti segnala un miglioramento delle iniziative formative a favore dei dipendenti. E il 33,7% della collaborazione tra le figure preposte alla sicurezza sul lavoro (medici, Rspp). Ancora, poco più di un quarto degli intervistati (28,2%) evidenzia un tendenziale aumento degli investimenti slegati dall’emergenza. E il 23,1% un miglioramento delle procedure e dei modelli di gestione. Si tratta di aspetti cruciali che, sebbene più rari, sono comunque indicativi di un’evoluzione del sistema di gestione che esce comunque rafforzato dall’esperienza pandemica. Quanto tali dinamiche siano in grado di incidere effettivamente sulla dimensione del fenomeno infortunistico è difficile dirlo.
Sicurezza anche in smart working
La diffusione dello smart working, quale strumento di prevenzione alla diffusione dei contagi, è stato il fattore che ha influenzato la dinamica infortunistica. Rispetto al 2019, gli infortuni in itinere sono diminuiti del 20,3%. Mentre quelli con esito mortale, che nel 2019 hanno contribuito al 28,1% delle morti sul lavoro, sono diminuiti del 19%, portando l’incidenza al 20,3%. Di contro, gli infortuni in occasione di lavoro hanno continuato a diminuire anche nel corso dell’anno, registrando un decremento dei casi del 3,5% e di quelli mortali del 7,9%.
Lo sviluppo del lavoro agile rappresenta, tuttavia, una questione ancora aperta, in considerazione delle nuove sfide che pone anche in termini di sicurezza. La dislocazione dell’attività lavorativa dall’azienda ad altro luogo prevede infatti una responsabilizzazione del lavoratore. A cui è chiesto di collaborare per organizzare al meglio la propria postazione di lavoro domestico, al fine di garantire adeguata sicurezza e prevenire l’accadimento di infortuni o l’insorgere di malattie. Da questo punto di vista, se il 38% dei Consulenti del Lavoro pensa che il nuovo modello organizzativo abbia un impatto positivo sul rischio infortunistico. La metà (50%) fornisce una valutazione ambivalente, evidenziando al tempo stesso l’emergere di nuove criticità legate alla sicurezza degli ambienti domestici.
L’aspetto normativo
Quello della sicurezza appare, all’indomani della pandemia, un cantiere ancora aperto, le cui direttrici sono molto incerte. Da un lato, le importanti novità relative all’innovazione dei modelli di lavoro potranno avere un impatto rilevante in termini di contenimento del fenomeno. Dall’altro lato, la ripresa occupazionale e l’effetto traino che in questa sta avendo un settore ad elevato rischio, come le costruzioni, rischia di presentare per l’anno in corso un bilancio meno positivo del passato. Secondo i dati diffusi dall’Inail, nel 2021 il settore edile ha registrato una crescita significativa sia del numero di infortuni (+17,1%) che dei casi mortali (11,4%).
Anche l’aspetto normativo costituisce una variabile importante. Secondo la maggioranza (52,1%), la revisione della normativa esistente con la Legge n. 146 del 2021, pur avendo aspetti positivi, non interviene sui nodi strutturali che limitano l’attuale sistema. Per migliorare l’efficacia della normativa, il 67% degli intervistati pensa che occorrerebbe semplificarla. Questo soprattutto per renderla più accessibile alle realtà che incontrano difficoltà di attuazione proprio a causa delle ridotte dimensioni. A seguire, il 40,8% reputa necessari maggiori sostegni economici alle medie e piccole realtà. Mentre il 33,7% una revisione del sistema sanzionatorio, che rischia di essere particolarmente rigido e penalizzante per la piccola impresa.