Ma un coach serve davvero?

È una domanda che in molti si pongono e le risposte possono essere molte e diverse. Quel che è certo è che il coaching permette di acquisire una buona consapevolezza del proprio stile comportamentale, di saperne cogliere pro e contro e di stimolare il cambiamento, oggi più che mai necessario soprattutto per chi gestisce dei team di lavoro

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Coach: perchè può servire

di Marina Fabiano |

Restiamo in ambito aziendale. È ormai noto e riconosciuto che il successo di un’impresa, il raggiungimento di target e obiettivi, al di là della qualità dei prodotti, non sono questioni individuali. Ognuno deve essere abbastanza competente e volonteroso per far bene il proprio lavoro, ben consapevole che – come diceva Totò – “è la somma che fa il totale”.

È il gruppo che porta i risultati, le vendite, il fatturato, il benessere aziendale dentro e fuori. L’individuo contribuisce, parecchio, il gruppo moltiplica.

Spiriti liberi

Capita di aver a che fare con spiriti liberi che mancano di conoscenza delle basi comportamentali, forse non hanno ancora metabolizzato chi è un cliente, che valore ha, quanto è difficile mantenerlo agganciato, quanto è facile farlo scappare. Forse non hanno ancora compreso che la collaborazione con i colleghi rende il lavoro più divertente, più appassionante, più soddisfacente. Non hanno capito che atteggiarsi a re del mondo, trattando gli altri in modo supponente evitando ascolto e dialogo, non rende se stessi più apprezzati.

Soprattutto a queste persone, ma non solo, il coaching e la formazione ad esso collegata è utile, indispensabile, urgente. Chi gestisce un team, vicino o lontano che sia, ha compiti ancora più pressanti. Deve lavorare sulla coesione del gruppo, sul rapporto paritetico e individuale con ciascuno dei componenti, sui circoli virtuosi che incentivano l’apprendimento tra colleghi, sulla motivazione, sulla risoluzione dei problemi ancor prima che nascano, e molte altre situazioni. Perciò il coaching – che altro non è che acquisire una buona consapevolezza del proprio stile comportamentale e saperne cogliere pro e contro – torna fortemente efficace nel proprio e nel gruppo. Non è vero, l’ho spiegato in modo un filo riduttivo. Il coaching è molto di più, ormai ne hanno almeno sentito parlare tutti, e se non ne sanno possono trovarne significati e risultanze nei troppi libri, siti internet, blog e conversazioni online. Occorre setacciare un po’, ma alla fine si trova la definizione che fa per sé.

Matrimoni combinati

Coaching individuale, team coaching, group coaching. Le definizioni si moltiplicano, si adattano ai cambiamenti del mercato, si rispecchiano nelle diverse esigenze dei potenziali clienti, si inseriscono nelle nuove idee che emergono. Il coaching deve evolversi, se vuole restare interessante, altrimenti è come la scrittura: tutti sanno scrivere, c’è chi lo fa bene e chi si arrangia. Di coach (e presunti tali) oggi è pieno il mercato. Esistono associazioni, scuole, certificazioni, comunità, agenzie. Il problema è la scelta giusta, che sia efficace per il singolo, per il gruppo, per l’azienda. E qui le cose si fanno complicate: o si va in fiducia perché il professionista di turno ci è stato consigliato da qualcuno che ne ha già avuto a che fare, o ci si avventura in una ricerca che manco un cardiochirurgo. D’altra parte, anche quando abbiamo necessità di un luminare sanitario agiamo così, no? O ce lo consiglia un amico, o andiamo per conoscenza della struttura con buona reputazione.

Facciamo che questa fase l’abbiamo superata, abbiamo individuato una o più strutture di riferimento, una o più persone con cui interagire, siamo nella fase di scelta del coach. Qui il buon senso personale deve agire da catalizzatore. Facciamo un colloquio come se dovessimo sposarla, questa persona. Deve esserci sintonia immediata, dobbiamo sentirci a nostro agio, poter fare (e facciamole, magari preparandole in anticipo) molte domande, senza ritenerne alcune troppo stupide, altre troppo semplici, ci deve piacere a pelle, dobbiamo annusarne la professionalità.

Un colloquio non basta? Chiediamone due. Con il coraggio di dire “non sono convinto/a”. Con la supponenza di interagire con due/tre coach prima di decidere. Senza farci fuorviare dal genere o dall’aspetto esteriore (sì, succede anche questo: “preferisco un uomo, mi sembra più affidabile”, “preferisco una donna, penso sia più comprensiva”, “questo è troppo sciatto, quella è troppo impettita”). Un buon percorso di coaching, con le sue ramificazioni in consulenze e formazioni, è troppo importante per accontentarci del primo coach che passa.

Amarcord

Un tempo, quando le aziende avevano il coraggio (e i patrimoni) per investire nella formazione e nel coaching, le competenze dei coach erano da subito messe alla prova. Era il cliente finale che sceglieva, nessun altro a fare da intermediario. I tempi erano correttamente previsti e dilatati. Il processo costava, s’intende, ma i risultati erano immediati, evidenti e durevoli. Ora si tende al risparmio in ogni dove, si pretende di pagare poco una professionalità che è cresciuta a suon di investimenti personali, si ipotizza di restringere i tempi ottenendo gli stessi positivi cambiamenti. Non è così. Affidereste la vostra salute a un cardiochirurgo con poco tempo e scarsa competenza?

Nello sport, invece

Oggi ogni sportivo di successo sembra avere un coach, diverso dall’allenatore tecnico. Spesso le figure del coach e dell’allenatore si confondono, uno si dedica alla mente, altrettanto importante dei muscoli per le aspettative sportive. Qui secondo me si sovrappongono necessità di appoggio psicologico, ricerca di tempismi e di performance, complicità nel raggiungimento dei risultati auspicati, spesso faticosi sia fisicamente che mentalmente.

Che dire? Sono convinta che le forzature facciano più male che bene. Quindi – come al solito – lasciamo libera scelta all’atleta di turno. Cosa vuole provare a fare? Di chi preferisce fidarsi? Con chi si sintonizza? Quanto desidera impegnarsi? Quanto si sente autonomo nelle decisioni che prende? Preferisce confrontarsi con un esperto della mente o delle prestazioni fisiche? Se decide di provarci, che il tempo sia corto e stabilito, i risultati diranno come proseguire

Il coaching funziona, eccome

Il coaching chiarisce, illumina le zone d’ombra del proprio sapere, aiuta a scoprire cosa non sappiamo di non sapere. Così che si possa decidere se ciò che non sappiamo possa in qualche modo aiutarci a trovare quella direzione che non conoscevamo. Il coach, come si suol dire, non dà soluzioni ma aiuta la persona a trovarle da sé. Ammesso che la persona le voglia trovare, queste soluzioni. Se invece sta bene così, nel suo ruolo più o meno soddisfatto, senza scossoni adrenalinici da carriera o risultati scoppiettanti, magari ha bisogno di prenderne consapevolezza, di sentirsi bene in uno stato sereno da non protagonista. Che poi non tutti amano essere protagonisti, tanti scelgono di essere gregari di altri e ne sono più che felici.

Il vero esperto è chi si affida al coach. Di sicuro possiede tutte le risorse per decifrare i propri problemi, anche se forse al momento le ha nascoste così bene che non le trova più. Il che è possibile perché da soli ci facciamo sempre le stesse domande, vediamo sempre le cose dallo stesso lato, ci forniamo sempre gli stessi alibi e ci diamo sempre le stesse risposte. Il coaching apre una finestra su altre possibilità di pensiero, su punti di vista diversi; quasi sempre fa nascere intuizioni e idee nuove. Con il coaching i buoni propositi diventano azioni concrete. Se davvero si vogliono ottenere risultati pratici, aver a che fare con un coach che aiuti a trasformare le ipotesi in parole e azioni reali, affiancandone tempi precisi e responsabilità, accelera le fattibilità.

Il coaching stimola il cambiamento, oppure lo rende accettabile. È vero che negli ultimi anni siamo sommersi da novità rutilanti, talvolta non ne possiamo più, vorremmo un po’ di statica noia. Ma questo cambiamento vorticoso, che potrebbe anche essere stimolante, a volte è inevitabile. O riusciamo a starci dentro cavalcandolo e traendone vantaggio, o ci sputerà fuori dal circuito, con il rischio di rimanere emarginati. Prendi la tecnologia e l’età anagrafica. L’anziano che si siede, che dice basta il mio cervello non regge più la fatica del nuovo, diventa immediatamente un anziano messo da parte. La cosa vale anche, ovviamente, per il giovane analfabeta digitale: se perde il passo, non lo recupera più. Il coach mette in linea energie e risorse. Spesso abbiamo in testa lunghe liste di cose da fare, eventuali non chiari sogni nel cassetto, tutto inattuato e sottilmente rimpianto. Una delle ragioni per cui ciò non viene trasformato in realtà è che non abbiamo condiviso i nostri intenti con nessuno. Perciò ci viene facile spazzarli sotto un ipotetico tappeto fatto di alibi demotivanti. Se invece prendiamo impegni con un coach, questi ci aiuterà a restare nei binari del come, quando, con chi. Ci sarebbe altro da dire, il dialogo potrebbe proseguire all’infinito.

Vero è che il coaching di vent’anni fa è cambiato, ed è necessario che i professionisti del coaching continuino a comprenderne le necessità evolutive. Tra smart working, varianti motivazionali e generazionali, tempi di attenzione e volontà formativa, gli scenari cambiano. Chi si ferma è perduto.

Mi serve un coach?

Ecco alcune possibili risposte alla domanda che in molti si pongono sull’utilità di un coach per il proprio benessere professionale:

  • NO, so dialogare onestamente con me stesso e non ho mai dubbi
  • NO, non so bene di cosa si tratta e non ho voglia di informarmi
  • NO, non ho grande fiducia nei risultati e non lo capisco
  • NO, perché dovrei fidarmi di uno dei tanti consulenti in circolazione?
  • , lo vedo come un’occasione per riflettermi in un/una professionista senza pregiudizi
  • , voglio capire cosa potrei scrollarmi di dosso e di cosa potrei avvantaggiarmi
  • , è un elemento formativo da cui attingere ciò che reputo utile da ciò che mi sembra ridondante
  • , voglio conoscere meglio il mio stile relazionale/comportamentale e migliorarlo

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