di Laura Reggiani |
La riapertura delle attività ristorative e ricettive, favorita dalla ripresa dei flussi turistici, ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica un’altra faccia dell’emergenza lavoro: la difficoltà crescente che le imprese incontrano nel trovare i profili di cui hanno bisogno.
Sarebbe però fuorviante pensare che il fenomeno sia circoscritto a talune professioni generiche e a bassa qualifica, che offrono condizioni di lavoro gravose (alta intensità lavorativa e basse retribuzioni) e che stanno determinando una riduzione progressiva dell’offerta di lavoro disponibile. Quello della carenza dei profili è infatti un tema che da anni affligge il nostro mercato del lavoro, che sconta almeno due deficit strutturali. Il disallineamento ancora profondo dell’offerta formativa rispetto alla richiesta di competenze che proviene dalle imprese e il cattivo funzionamento dei meccanismi di incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Un fenomeno emergenziale
Ma che il fenomeno stia assumendo, in questa fase storica, le sembianze di una vera e propria emergenza lo confermano sia i bollettini di Unioncamere Excelsior, che certificano la crescente irreperibilità dei profili, sia gli osservatori esterni. Secondo l’indagine “Il lavoro che c’è, i lavoratori che non ci sono”, realizzata da Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, la difficoltà di reperimento di alcuni profili per le aziende non solo rappresenta uno dei principali ostacoli alla ripresa occupazionale, ma costituisce la tendenza che più caratterizzerà il mercato nei prossimi mesi. Per quanto a fare scalpore sia soprattutto la carenza di cuochi e camerieri, il fenomeno è però molto diffuso anche tra altri profili: operai specializzati nell’edilizia, conduttori di mezzi di trasporto, tecnici dell’ingegneria.
Il fattore demografico
È difficile sintetizzare i tanti fattori che determinano un fenomeno molto complesso, che risente anche di elementi congiunturali importanti. Vi è innanzitutto un fattore demografico non trascurabile. Tra il 2018 e il 2021, la popolazione in età da lavoro si è notevolmente ridotta, con una perdita di 636mila possibili lavoratori (-1,7%) di cui 262mila con meno di 35 anni (-2,1%).
Al calo demografico si è aggiunta poi una ricomposizione interna di tale fascia di popolazione che ha portato alla riduzione della componente attiva di chi ha un lavoro e lo cerca (-831mila per un decremento del 3,3%). Di contro, è aumentato il numero di quanti non cercano lavoro o sono scoraggiati a farlo (+194mila, per un incremento del’1,5%). Si tratta di un dato importante, che certifica un fenomeno più generale di allontanamento dal lavoro, prodotto da cause diverse, tra cui il rifiuto di lavori a bassa remunerazione, la crescita di forme di lavoro irregolare, l’aumento del numero dei percettori di sussidi pubblici avvenuta durante la pandemia o, più semplicemente, una revisione delle priorità di vita nel dopo pandemia, che ha portato a una visione diversa del lavoro nella vita delle persone.
Qualunque sia la ragione, è indicativo che anche tra le componenti più vitali, come gli immigrati, si riscontrino le stesse tendenze, in forma anche più marcata. A fronte, infatti, di una crescita della popolazione straniera in età attiva (+1,6%), le forze lavoro sono diminuite del 3,5%, mentre è cresciuta l’area dell’inattività (+14,4%). In ogni caso, il risultato è quello di una significativa riduzione della platea di persone interessate a lavorare, che non ha precedenti nella storia recente.
Il mismatch formativo
A essere chiamato in causa, in secondo luogo, è lo storico mismatch esistente nel nostro Paese tra offerta e domanda di formazione, che spiega la difficoltà di reperimento dei profili più specializzati. Secondo l’indagine Unioncamere, il mercato del lavoro italiano potrebbe avere bisogno in media ogni anno di circa 238mila laureati e 335mila diplomati secondari, corrispondenti all’incirca ai due terzi del fabbisogno occupazionale complessivo. A questi si aggiungerebbero circa 130mila diplomati delle scuole di formazione professionale.
Confrontando tali grandezze con l’offerta di neo diplomati dei diversi livelli di istruzione, si evidenziano già significative carenze, sia sul fronte dell’offerta di laureati (ne mancherebbero ogni anno circa 47mila, un valore pari al 19,7% del fabbisogno), sia sul fronte dei diplomati provenienti dalle scuole di formazione professionale. Dove il gap sarebbe ancora più elevato sia in termini assoluti (più di 50mila diplomati all’anno) che relativi (il 40% dei diplomati richiesti).
È entrando nel dettaglio dei percorsi di specializzazione che il quadro risulta più critico. Si riscontra già una carenza importante nell’area giuridico-politica, dove il ricambio nella Pubblica Amministrazione renderà necessari nuovi laureati in possesso di tale tipo di specializzazione (il gap attuale è stimato in 12mila diplomati all’anno, su un’offerta media annua di 28mila laureati). A seguire, nelle aree economica (mancano all’appello 11mila diplomati all’anno), medico sanitaria, ingegneria e negli ambiti scientifici e matematici. Anche con riferimento ai percorsi di formazione professionale, offerta e domanda di profili rischiano di presentare vaste aree scoperte, come nel caso dell’indirizzo meccanico, dove si stima la carenza annua di 19mila diplomati, edile ed elettrico (17mila), amministrativo e segretariale (13mila circa).
A tutti i livelli considerati, dall’universitario alla formazione professionale, la non adeguata programmazione dell’offerta formativa rischia negli anni a venire di creare criticità rilevanti nei percorsi di crescita occupazionali nel Paese, soprattutto con riferimento ai profili che necessitano di una formazione specialistica, e che risultano quelli più difficilmente sostituibili.
Voglia di cambiamento
Vi è poi un terzo ordine di fattori, che riguarda la tendenza, emersa nell’ultimo anno, verso una maggiore mobilità degli italiani. Hanno fatto scalpore i numeri sulle dimissioni volontarie, che hanno raggiunto la quota record di quasi 1,9 milioni nel 2021, in aumento dell’11,9% rispetto al 2019. Si tratta della punta dell’iceberg di un fenomeno più vasto, caratterizzato da una voglia di cambiamento del lavoro che sta interessando gli italiani (e non solo).
Che nasca dall’insofferenza verso situazioni insoddisfacenti, perché precarie e poco remunerative, o dalle opportunità venutesi a creare in settori che stanno vivendo un boom occupazionale, i lavoratori italiani desiderano un nuovo lavoro. Il 5,5% lo ha cambiato negli ultimi due anni, mentre il 14,4% si sta attivando per farlo. A questo si aggiunge un 35,1% che desidera una nuova occupazione. In questo scenario, dove a fare da traino sono soprattutto la ricerca di un miglioramento retributivo (il 52,5% considera questo aspetto irrinunciabile nel nuovo lavoro), ma sempre più, soprattutto tra i giovani, il raggiungimento di un maggiore equilibrio e benessere personale (49%), si accentua la mobilità effettiva e potenziale. Fatta di ricerca di nuove opportunità, a tutti i livelli della piramide professionale.
E la crescita della concorrenzialità tra profili, di cui la carenza sofferta dalle imprese è il segnale più lampante, è allo stesso tempo causa ed effetto. Proprio nelle aree che hanno registrato la maggiore crescita occupazionale c’è stato il maggiore incremento di dimissioni volontarie, come nell’edilizia e nella sanità. Segno di come la dinamicità inneschi positive opportunità per le professionalità specializzate. Al tempo stesso, è possibile che le difficoltà di recupero di manodopera in settori che ne hanno bisogno stia determinando una revisione delle condizioni di ingaggio, in grado di attrarre professionalità anche da altri comparti. Tali movimenti finiscono per imprimere una spinta verso il miglioramento delle condizioni occupazionali e costringono anche settori ad alta intensità di lavoro, ma fortemente condizionati da stagionalità, come la ristorazione, ad adeguare i propri standard.
La mancanza di “matching”
Tali processi determinano forti disequilibri, tra settori e all’interno dello stesso settore, soprattutto dove i meccanismi di incontro tra domanda e offerta, dalle piattaforme ai centri per l’impiego, non funzionano in modo efficiente. In quest’ottica, il mancato o scarso funzionamento dei meccanismi di “matching” rischia di amplificare le criticità dei processi, rendendo ancora più difficile l’individuazione e il reclutamento dei profili.
L’accelerazione delle transizioni ha bisogno di essere supportata da servizi che siano in grado di accompagnare la mobilità del mercato, riducendo i tempi di ricerca e di passaggio da un lavoro all’altro. C’è l’esigenza di intervenire in tempi rapidi sulle tante variabili di un mercato che ha voglia di crescere e le cui condizioni potrebbero essere favorevoli anche a soddisfare il desiderio degli italiani di un lavoro migliore. Il rischio è che di qui ai prossimi quattro anni, la situazione possa diventare più critica. Il rapporto sui fabbisogni occupazionali a medio termine (2022-2026) prevede infatti una domanda di circa 4,3 milioni di lavoratori entro il 2026.
Sebbene si tratti di stime, è però possibile prevedere che almeno 1 milione 350mila possano andare in fumo per assenza di candidati, ma se le tante variabili in gioco dovessero confermarsi nei prossimi mesi, il rischio è che il danno per l’occupazione possa essere più elevato.