di Cleopatra Gatti |
Non esiste innovazione senza sostenibilità e viceversa. È questo il primo aspetto che emerge dal rapporto “Alte competenze per un futuro sostenibile” dell’Osservatorio di 4.Manager, che ha sondato un panel di oltre 4.000 imprese.
Il forte impulso normativo, attualizzato inizialmente dal Green Deal, ha visto il suo processo di canalizzazione nel corso della pandemia, sfociando nell’implementazione del Pnrr, fino a integrare le recenti vicissitudini geopolitiche con l’attuazione del Piano Repower EU e Net-Zero Industry Act della Commissione europea. Tali eventi hanno contribuito a cambiare il tradizionale paradigma sociale ed economico: se da un lato cresce la domanda di prodotti a contenuto sostenibile, dall’altro, aumenta il timore da parte delle aziende della propria “Brand Reputation”.
Questo processo mostra un’evoluzione del concetto di industria 4.0, principalmente orientato all’innovazione, verso una soluzione 5.0, dove gli elementi di innovazione si fondono con quelli della sostenibilità. Al fine di raggiungere questo obiettivo è essenziale affrontare il tema della sostenibilità in maniera integrale, includendo non soltanto i fattori ambientali, ma anche quelli sociali e di governance delle società.
Formazione green sempre più necessaria
Per questo, oltre a comprendere nel sistema lavoro profili altamente qualificati e tecnici, sono necessarie competenze scientifiche a livello manageriale. Fattore evidente nell’ultimo periodo in cui il nostro sistema impresa ha aumentato del 5% ogni anno la richiesta di manager dotati di competenze sempre più specifiche nel settore green. Oltre che qualificati in materia di criteri Esg, un mercato obbligazionario che dal 2021 è cresciuto del 19%.
Complessivamente, le aziende prese in esame hanno dichiarato di aver acquisito nel corso degli ultimi 3 anni:
- competenze manageriali (64%);
- competenze scientifiche (45%);
- competenze tecniche (73%).
A tale riguardo, il nuovo rapporto di 4.Manager rivela che oltre il 50% delle grandi e medie imprese sta elaborando una strategia di trasformazione in funzione della sostenibilità. Cercando professionisti in grado di comprendere tutti i processi aziendali, migliorando al contempo i processi, la pianificazione e la gestione.
La trasformazione sostenibile
Gli ambiti d’innovazione sui quali le imprese più virtuose stanno investendo energie e risorse sono: la direzione strategica, che è utile a definire la rotta e il posizionamento competitivo futuro dell’impresa; gli strumenti per amplificare la percezione del mercato, ossia per comprendere gli orientamenti di consumo, di approvvigionamento e normativi; le competenze manageriali, scientifiche e tecniche; gli input tecnologici.
Dallo studio si evince che il 46% delle imprese ha elaborato una strategia di trasformazione di lungo periodo per diventare un’impresa sostenibile. Di queste, l’11% detiene un grado altamente innovativo, con un impegno al 100% sia in ambito di sostenibilità ambientale che sociale, mentre il 36% è moderatamente innovativa e ha iniziato a lavorare per il 53% dei casi sulla sostenibilità ambientale e per il 38% sulla sostenibilità sociale. Il 53% del campione è scarsamente innovativa e nel 51% dei casi ha iniziato a operare sulla sostenibilità ambientale. Dato che scende al 36% per la responsabilità sociale.
La maggior parte delle imprese, incluse quelle scarsamente orientate all’innovazione, è consapevole che solo la trasformazione sostenibile eviterà limiti operativi di accesso ai mercati e al credito. Entro il 2030 le aziende non sostenibili rappresenteranno la parte residuale di un mercato nel quale beni e servizi “sostenibili” rappresenteranno la norma.
Gli ostacoli alla sostenibilità
La rilevazione evidenzia una percezione simile tra grandi – medie imprese e piccole imprese per quanto riguarda gli ostacoli alla trasformazione sostenibile. Questi sono:
- contesto normativo e burocratico (38%);
- ridotta profittabilità della sostenibilità (33%);
- risorse finanziarie (28%);
- competenze manageriali interne (18%);
- competenze per cambiare il modello di business (18%).
Secondo l’Istat, per circa un terzo delle imprese italiane dell’industria e dei servizi la scarsità di competenze rappresenta un ostacolo all’innovazione. Le imprese più orientate all’innovazione e alla trasformazione sostenibile sono quelle che negli ultimi tre anni hanno assunto manager (83%), lavoratori con elevate competenze tecniche (87%) e scientifiche (76%). Ma che hanno anche incrementato le risorse finanziarie per la trasformazione di manager (75%), lavoratori con elevate competenze tecniche (78%) e scientifiche (75%).
Sulla base del Rapporto, gli intervistati hanno definito come “molto importante” determinate competenze essenziali per il processo di trasformazione sostenibile. Tra cui, in ordine di importanza: la tecnologia e innovazione produttiva di processo e di prodotto, l’Energy management, le competenze sulla legislazione di riferimento, l’economia circolare, il People management e i finanziamenti. In ogni caso, il 70% delle imprese italiane dichiara di aver ben chiare le competenze necessarie in ambito di sostenibilità ambientale. Dato che scende al 66% per la sostenibilità sociale e sale al 78% per la transizione energetica.
Nuove competenze necessarie
Dai dati raccolti su LinkedIn, nell’ultimo anno si osserva in Italia la costante richiesta di alcune qualifiche professionali dell’area sostenibilità. Tra cui il ruolo di Responsabile sostenibilità (+52%), seguito dal ruolo di Sustainability Specialist (+43%) e dal ruolo di Consulente sostenibilità (+34%).
L’analisi delle competenze per la sostenibilità evidenzia, tra le competenze in forte crescita: Analisi finanziaria (+53,3%); Responsabilità (+48%); Supporto Tecnico (+48%); Finanza (+40%); Marketing digitale (+40%); E-commerce (+39%); Crm (+37%); Controllo qualità (+32%). Si osserva un crescente spostamento delle competenze in crescita verso l’ambito della Finanza, con un focus particolare relativo all’Analisi Finanziaria e al Social Responsible Investing. Tale spostamento si riflette anche sui settori relativi alla sostenibilità, tra cui, in particolare, si registra in crescita quello del Capitale di rischio e Private Equity.
Formazione green e player in gioco
Tra il 2023 e il 2026, le imprese e la PA avranno necessità di circa 4 milioni di lavoratori con competenze green di alto e medio profilo. In tale contesto, diviene strumentale l’inserimento in azienda di una figura professionale dotata di competenze trasversali come il “Sustainability Manager”.
Al fine di individuare possibili azioni per superare gli ostacoli alla trasformazione sostenibile e tecnologica, si ritiene che un ruolo innovativo potrebbe essere assolto dalle filiere produttive e dai distretti industriali. Ma anche da cluster tecnologici nazionali, che potrebbero sostenere soprattutto le imprese innovative e da grandi imprese, che potrebbero accelerare i processi evolutivi all’interno delle filiere e dei distretti italiani. Infine, dagli organismi di rappresentanza, che potrebbero contribuire efficacemente nel colmare il gap tra consapevolezza e azione, guardando a nuovi paradigmi e a una narrazione nuova della sostenibilità.
LE FIGURE MANAGERIALI DEL FUTUROConfindustria e Federmanager, con il coinvolgimento di 4.Manager, hanno portato avanti un progetto incentrato sulla figura strategica del “Sustainability Manager”. Lo scopo, quantificare e qualificare la domanda di competenze per la sostenibilità da parte delle nostre imprese, non sempre consapevoli delle skill necessarie ad accompagnare una corretta transizione. Un cambiamento, che rispetto al paradigma competitivo tradizionale, può avvenire unicamente in presenza di professionalità manageriali esperte, preparate sui temi Esg (Environmental-Social-Governance), continuamente formate, dotate di leadership capace di influenzare le organizzazioni e di rispondere ai fabbisogni delle imprese. Ovvero, aumento del volume di affari e della profittabilità attraverso lo sviluppo del business e il sistema reputazionale; nuove opportunità finanziarie, quindi di accesso al credito, di investimento, di fiscalità; potenziamento strutturale della competitività aziendale e delle relazioni con gli stakeholder. Sustainability ManagerÈ una figura di alto livello manageriale, che trasversalmente promuove, definisce e coordina ogni iniziativa di sostenibilità, idealmente posta alle dirette dipendenze del vertice e di raccordo con gli amministratori aziendali con deleghe su Esg. In particolare, si occupa di definire, gestire e monitorare le politiche aziendali finalizzate al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità nel loro insieme. Si occupa inoltre di delineare e sviluppare iniziative volte alla costante evoluzione e valorizzazione del business in chiave sostenibile, circolare e responsabile, coinvolgendo stakeholder, realtà territoriali e istituzioni, nella piena consapevolezza delle tematiche Esg. Tra le principali responsabilità ci sono: promuovere una cultura aziendale orientata alla sostenibilità, conciliare la gestione ordinaria con attività innovative, considerare fattori ambientali, sociali e di governance nelle decisioni finanziarie, analizzare le aree di miglioramento e di rischio sui fattori di sostenibilità. Oltre a misurare e rendicontare la sostenibilità aziendale. Environmental ManagerIl principale compito dell’Environmental Manager è gestire e monitorare l’impatto ambientale dell’azienda (ambito E dei fattori Esg). Attraverso: l’implementazione di politiche sostenibili, la promozione di tecnologie pulite, l’individuazione di rischi e opportunità in ambito ambientale, al fine di potenziare e migliorare le attività, i prodotti e le performance ambientali dell’organizzazione. Definisce inoltre le politiche di economia circolare e mobilità, delineando al contempo le strategie di riduzione dei consumi energetici. Social ManagerSi occupa di assicurare l’applicazione delle politiche di sostenibilità aziendale volte al perseguimento di specifici obiettivi di impatto sociale. Il suo compito principale consiste nello sviluppare un modello di impresa che identifichi, valuti e monitori i rischi e le opportunità sociali dell’attività aziendale e delle relazioni tra gli stakeholder, anche in relazione alle nuove opzioni offerte dal lavoro agile. Tra le mansioni: le definizioni di politiche di diversità e inclusione, di welfare, oltre all’implementazione di progetti e strategie che riguardano i diversi aspetti della CSR. Da ultimo, il Social Manager è responsabile di individuare e applicare le idonee opportunità innovative, tecnologiche e regolatorie in grado di potenziare il miglioramento degli impatti sociali e la gestione e misurazione degli specifici rischi e opportunità. Governance ManagerQuesta figura professionale si occupa di coordinare tutte le attività legate alla governance di un’organizzazione. Attraverso l’implementazione e l’aggiornamento di policy e strumenti di sostenibilità al fine di garantire la completa trasparenza e accountability dell’organizzazione. L’obiettivo del suo operato è prevenire atti come la corruzione e il conflitto di interessi, monitorare i rischi etici della realtà organizzativa e delle relazioni tra gli stakeholder, garantire la conformità dei prodotti e servizi offerti alle normative e agli standard/certificazioni a cui l’azienda aderisce in termini di impatti e rischi socio-ambientali. |