Il lavoro italiano tra posti vacanti e bassi stipendi

Il problema dei posti vacanti rappresenta l’aspetto di fondo e la conseguenza di un fenomeno complesso, una situazione che mostra la distanza tra una economia vitale che cerca di rispondere agli stimoli del mercato globale e una politica più lenta nell’organizzare questa risposta

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Analisi lavoro italiano

di Romano Benini |

I due anni di pandemia rappresentano uno spartiacque. I lunghi mesi che il mondo ha passato chiuso in casa, lavorando spesso attraverso il computer e modificando ritmi e modalità, hanno lasciato il segno. Abbiamo per molto tempo creduto che il segnale principale del cambiamento fosse il ricorso allo smart working. E che la scelta di lavorare da casa o dove si vuole attraverso il proprio personal computer potesse diventare se non la modalità più usata, quantomeno una condizione possibile, se non auspicata. In realtà, superata la fase critica della pandemia, è proprio la diffusione dello smart working il fenomeno che si è ridimensionato per prima.

Resta una interessante opportunità, che ha bisogno di regole e strumenti, ma che non rappresenta la conseguenza più significativa che questo periodo ci restituisce rispetto al lavoro. Sono infatti altri i fenomeni più rilevanti che la post pandemia ci consegna e che rappresentano delle tendenze globali, che in Italia sono rese più gravi dalla presenza di istituzioni e infrastrutture del lavoro e della formazione più deboli e meno pronte a gestire le conseguenze di questi cambiamenti.

Il lavoro italiano nel Quarto Capitalismo

I mesi della pandemia hanno tenuto nel “congelatore” alcune tendenze importanti, che si stavano già da alcuni anni consolidando nel mondo, in ragione del definitivo passaggio a quella fase dell’economia globale che chiamiamo “Quarto Capitalismo”. Una fase caratterizzata dalla presenza di un mercato globale che compete sulla qualità delle produzioni, sulla velocità degli scambi finanziari, sulla distinzione territoriale, sull’innovazione digitale e sulla sostenibilità. Un modello economico in cui sono centrali le competenze e la capacità dei sistemi di promuoverle e aggiornarle.

Passata l’emergenza, con le economie nazionali chiamate ad ogni costo a cercare la ripresa, abbiamo assistito all’accelerazione di questi fenomeni. Si tratta di situazioni solo in parte nuove, che possono portare opportunità significative, ma che appaiono meno gestibili in paesi come l’Italia. In cui l’inadeguatezza delle infrastrutture e degli investimenti per il lavoro rischiano di trasformare dei possibili vantaggi in situazioni di difficoltà e di minore capacità di tenere il passo.

La questione di fondo è la seguente: negli anni che precedono la pandemia la difficoltà delle imprese italiane nel reperire le risorse umane si collocava intorno al 25%. Un dato che costituiva la media tra poche figure professionali di reperibilità molto difficile e una condizione diffusa di normale reperibilità. Questo dato era cresciuto negli anni, per via della progressiva specializzazione della domanda delle imprese, ma si teneva mediamente intorno appunto al 25%. Dal 2021, con l’avvio della ripresa post pandemia, le economie europee, e in particolare quella italiana e quella inglese, soffrono di un forte aumento della difficile reperibilità delle figure professionali richieste dalle imprese.

Il mismatch aumenta

Se consideriamo l’analisi svolta per il Ministero del Lavoro da Anpal e Unioncamere riportata trimestralmente dal sistema Excelsior vediamo come la percentuale di difficile reperibilità tenda da due anni ormai a collocarsi stabilmente intorno al 40%. È un dato impressionante, così come è significativo il fenomeno della sua costante crescita, che mostra in modo inequivocabile come il nostro mercato del lavoro si sia presentato del tutto impreparato alla sfida della ripresa post pandemia. E come per questo sia fondamentale introdurre una strategia di sistema che coinvolta tutte le istituzioni che operano sul mercato del lavoro.

Il rischio infatti è che, a fronte di un fabbisogno di personale da parte delle imprese italiane stimato nei prossimi quattro anni (2023-2026) in circa tre milioni e trecentomila unità a tempo pieno, si debba a questo numero sottrarre quel 40% di profili non reperiti. Che in questo caso fa la differenza tra la ripresa economica e il rimanere in una situazione di crisi. Se non si trovano competenze e lavoratori non c’è aumento del Pil e non è l’andamento del Pil che da solo può determinare o meno la presenza sul mercato di risorse umane adatte. Anche in questo caso si dimostra che è il lavoro che fa l’economia e non il contrario.

Il fenomeno che va affrontato non è semplice e lineare come sembra, in quanto per risolvere il disallineamento tra domanda e offerta non bisogna solo riuscire nell’impresa, peraltro non semplice, di riportare gli italiani a formarsi per le competenze richieste dalle imprese. La soluzione al problema delle competenze adatte al mercato riguarda la formazione, ma implica un intervento più ampio e di sistema, che richiede riforme importanti e investimenti adeguati. Se infatti mettiamo in fila le cause di questo problema vediamo come la soluzione non è immediata, ma richiede un intervento complesso e un cambio culturale.

Le competenze

La novità di questi mesi è che il problema della mancanza di competenze ha avuto un salto di qualità. Sono sempre meno reperibili, infatti, proprio le competenze chiave del nostro sistema economico. Se osserviamo la tabella che mostra il rapporto tra il tasso di fabbisogno di questi anni e la difficoltà di reperimento vediamo come siano carenti i tecnici chiamati a dare risposte alla domanda di innovazione delle imprese italiane, ma anche quegli operatori della sanità di cui abbiamo sofferto la grave carenza proprio durante i mesi dell’emergenza Covid. Significativo che la dimensione più ampia della richiesta riguardi i tecnici della salute e quelle figure che operano per il marketing e l’esportazione dei nostri prodotti e servizi.

Fabbisogni lavoro italiano 2023

Se consideriamo poi le competenze trasversali più richieste, che riguardano le competenze digitali e quelle legate alla sostenibilità energetica e ambientale, la carenza di candidati è molto alta rispetto ad una domanda in costante crescita anche nelle piccole imprese. In questi mesi la mancanza di competenze tecniche è cresciuta anche nelle figure professionali più basse e la domanda di giovani formati con il semplice diploma professionale è in costante crescita e supera il 20% del totale. La difficile reperibilità deriva nella maggioranza dei casi dalla mancanza di candidati, che raggiunge il settanta per cento dei motivi per cui le imprese non trovano figure professionali adatte.

L’esperienza

Alla mancanza di candidati, che riguarda soprattutto le figure meno qualificate o i giovani, si aggiunge tuttavia un’altra richiesta delle imprese che non trova facile risposta e che costituisce una delle cause della difficile reperibilità. Il nostro sistema da alcuni anni è sottoposto a una esigenza di fondo: aumentare la specializzazione. Alle tecnicalità specifiche richieste, per esempio, dalle nostre filiere produttive del “Made in Italy” si collegano esigenze di maggiore specializzazione anche in settori un tempo meno esposti ai mercati, come il turismo e la grande distribuzione.

La specializzazione si lega anche all’apprendimento informale e all’esperienza. Aumenta quindi la richiesta di personale con esperienza, che è diventato il motivo per cui non si trovano candidati adatti nel 30% dei casi. Non è necessaria una esperienza pregressa nella professione, ma spesso è difficile trovare anche candidati che abbiano avuto una esperienza nel settore richiesto.

L’orientamento e la cultura diffusa

Uno dei motivi del disallineamento è certamente il disorientamento. Ossia la difficoltà dei giovani e delle loro famiglie, ma in generale dei disoccupati, di orientare le proprie scelte di formazione o di aggiornamento a quanto richiesto dal mercato. I sistemi regionali del lavoro hanno pochi orientatori e il lento percorso di rafforzamento dell’orientamento nei centri per l’impiego pubblici non appare in grado di sostenere da solo questa esigenza di fondo. Vanno rafforzate anche le attività di orientamento nelle scuole, a partire dalla scuola dell’obbligo. E va coinvolto nell’orientamento dei giovani o nel riorientamento dei disoccupati anche il sistema delle agenzie per il lavoro e dei soggetti accreditati. In ogni caso il nostro paese ha meno della metà degli orientatori rispetto alla Francia e alla Germania.

Al problema dell’orientamento si aggiunge un altro aspetto che allontana i nostri giovani dall’apprendimento di quelle competenze, soprattutto tecniche, che servono all’economia italiana. Esiste una cultura diffusa, presente soprattutto nelle famiglie, che non valorizza il saper fare. Si preferisce inseguire magari un percorso di laurea con una prospettiva più vaga piuttosto che accedere a un Its che prepara a un preciso percorso professionale. Le famiglie italiane sembrano cercare nel lavoro dei figli una sorta di “accreditamento sociale” piuttosto che una solida capacità professionale. Tutto questo si rivela alla fine controproducente e diffonde una inadeguata cultura del lavoro e della sua reale dignità tra le nuove generazioni. Spesso spaventate da quella gavetta con basso salario necessaria prima di raggiungere una sufficiente autonomia, che deriva dalla capacità raggiunta e non dal titolo di studio di provenienza.

La demotivazione e gli stipendi

La difficile reperibilità per un insufficiente numero di candidati disponibili deriva anche dalla presenza di due fenomeni tra loro collegati. I giovani più scolarizzati nutrono aspettative significative, anche in ragione dei lunghi percorsi di studio sostenuti. Tuttavia, per molti di costoro, se non hanno svolto periodi di training durante gli studi, la prima prospettiva è di solito quella del tirocinio e del basso stipendio. Non tutti tollerano questa situazione, che determina demotivazione e quella rincorsa verso l’esperienza all’estero che è spesso motivata da un inquadramento più stabile e da salari più alti.

Il problema della mancata crescita degli stipendi in Italia, in cui i salari sono fermi da circa vent’anni (contro una crescita di circa il 15% in Francia e in Germania anche in termini di potere d’acquisto), e dei percorsi di lavoro precario (i neoassunti a tempo determinato sono circa il 48%) è ancora più grave per chi si trova al primo impiego o rientra nel mercato del lavoro dopo un periodo di disoccupazione a condizioni peggiori di quando ne è uscito. In questi casi per molti è preferibile rimanere nella Naspi e continuare a cercare di meglio. Mentre per altri il ricorso al reddito di cittadinanza è stato alternativo a un lavoro faticoso ma pagato poco.

Alla demotivazione per ragioni di stipendio si lega un’altra demotivazione: ossia che l’impiego proposto sia inadeguato rispetto al percorso di studi svolto. Il fatto che in Italia, a differenza di altri paesi, il numero di studenti universitari che non lavora e non si mantiene durante gli studi sia molto più alto rispetto agli altri paesi occidentali fa emergere anche questo elemento. Ovvero la mancata corrispondenza tra aspettativa e realtà. E il problema non sta sempre solo nella realtà, ma anche nell’aspettativa.

L’aspetto demografico

C’è poi un altro argomento, spesso sottovalutato, che è quello demografico. Se è vero che è costante l’aumento della percentuale di italiani che è iscritta a un percorso di studi e che il livello medio di istruzione è cresciuto, è altrettanto vero che il calo demografico si fa pesantemente sentire. In molti distretti produttivi si fa fatica a trovare giovani tecnici od operai semplicemente perché rispetto alle precedenti generazioni di giovani ce ne sono molti di meno.

Nel 1964, in pieno boom economico, sono nati quasi un milione di italiani, e il saldo tra nati e morti è stato di 500mila italiani in più rispetto ai deceduti. Passata una generazione, nel 2021 sono nati circa 400mila italiani, ma con 700mila morti il saldo è stato negativo, con trecentomila italiani in meno rispetto all’anno precedente. Lo possiamo vedere intorno a noi, dagli asili alle università, i giovani italiani sono sempre di meno e l’età media dei lavoratori è ormai arrivata intorno ai 46 anni di età. L’aspetto demografico incide sulle scelte e sulle aspettative. Aggiungiamo anche, per capire i comportamenti diffusi, che ogni giovane italiano è destinatario in media di una eredità intorno ai 400mila euro e è anche per questo forse meno disposto ad accettare condizioni faticose od un lavoro non desiderato.

Le riforme necessarie per il lavoro italiano

Abbiamo visto come il problema dei posti vacanti rappresenti l’aspetto di fondo, la conseguenza di un fenomeno complesso. Questa situazione mostra la distanza tra una economia vitale e che cerca di rispondere agli stimoli del mercato globale e una politica più lenta nell’organizzare questa risposta. L’accelerazione post pandemica porta alla luce insieme problemi e opportunità. C’è tuttavia un possibile circolo virtuoso, che di solito si innesca tutte le volte che si esce da un periodo di grave crisi e in cui si ha una diminuzione del numero dei giovani. Il fatto che la ripresa della domanda a fronte di una offerta più selettiva possa portare a un aumento delle opportunità e a un miglioramento delle condizioni di lavoro.

Perché questo si realizzi servono, tuttavia, riforme e intese importanti. Tra lo Stato e le regioni, per migliorare i servizi e gli incentivi per far incontrare i giovani e i disoccupati con le opportunità presenti sul mercato, e tra il governo e le parti sociali per definire condizioni salariali dignitose e adeguate più comuni, anche verso i neoassunti. In ogni caso la soluzione sta sempre nel rimettere al centro il valore del lavoro. Perché anche stavolta non sarà il Pil, ossia l’aumento della ricchezza diffusa, a risolvere il problema delle competenze. Bensì sarà la soluzione del problema dei posti vacanti e delle competenze che riporterà il Pil a crescere al ritmo necessario, magari insieme alla produttività.


Romano Benini è professore straordinario di sociologia del welfare alla Link Campus University e docente a contratto presso La Sapienza. Svolge attività di consulenza sulle politiche del lavoro per diverse istituzioni. È esperto della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, autore del format di Rai 3 “Il posto giusto” e di diversi testi in materia di lavoro.

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