di Cleopatra Gatti |
È veramente possibile per le donne lavoratrici sfondare, oggi, il “soffitto di cristallo”?
Stando ai dati attuali sembrerebbe di no. Eppure, secondo quanto scritto da Stefano Cuzzilla, presidente di 4.Manager e Federmanager, nel suo libro, esistono oggi finalmente gli strumenti per raggiungere la parità di genere. I dati sul fenomeno non sono ancora confortanti. Una donna su due è inoccupata, tra i manager le donne sono appena il 28% e la maternità rappresenta ancora un ostacolo alla carriera. Siamo distanti anche da un’equità retributiva, con ancora uno scarto del 13% rispetto agli uomini. Ma colmare la parità tra donna e uomo, in ogni ambito della vita privata e pubblica, consentirebbe di avere una crescita del Pil del 12%.
Oggi gli strumenti per eliminare le asimmetrie, tra questi la misura della Certificazione della parità di genere. È recente, infatti, la decisione del Governo di prevedere nel Nuovo Codice dei Contratti Pubblici la promozione della parità di genere nell’ambito dei “Criteri di aggiudicazione degli appalti di lavori, servizi e forniture”.
Qualcosa sta cambiando
Il libro “She Leads. La parità di genere nel futuro del lavoro”, scritto da Stefano Cuzzilla con l’avvocata Andrea Catizone, curato dalla giornalista Silvia Pagliuca ed edito da Il Gruppo 24 Ore, indaga le ragioni del “gender gap”. Denunciando le fragilità attuali ed evidenziando le possibili vie di miglioramento per diffondere una cultura aziendale più equa e inclusiva. “Le donne sono state assenti per anni dalle posizioni apicali, nell’ambito politico, nel mondo del lavoro e della ricerca. Ma oggi qualcosa sta cambiando” commenta Stefano Cuzzilla.
“L’Italia ha la sua prima premier donna e la prima presidente donna alla Corte di cassazione, così come alla Consulta. Il fatto che alcune delle cariche più importanti del Paese siano ora occupate da donne, è espressione di tutto ciò che dovremmo intendere per ‘empowerment’. Ovvero potenziamento dei talenti e delle opportunità. Oggi ci sono strumenti per una rivoluzione possibile, primo tra tutti la Certificazione della parità di genere, attraverso cui, nel concreto, le imprese si impegnano a eliminare le disparità di genere nel mondo del lavoro e nella vita sociale. Guadagnando in termini di crescita, inclusione e innovazione. Uno strumento consolidato anche dal Governo, che nel nuovo Codice appalti prevede il riconoscimento di premialità in favore delle imprese che rispettano le politiche di genere. Oggi le istituzioni, il mondo delle imprese e i manager sono pronti e maturi per sostenere questo cambiamento”.
Cosa significa “gender gap”
Gender gap significa vivere in un Paese in cui il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi in Europa, il 50,8%. In cui a 5 anni dalla laurea le donne guadagnano il 20% in meno rispetto ai colleghi uomini di pari livello. E in cui essere madri è un ostacolo alla realizzazione della carriera. La percentuale di occupazione tra i 25 e i 49 anni passa, infatti, dal 72% per le donne senza figli al 53% per le donne che hanno un figlio under 6.
Ovviamente, c’è un impatto anche in termini di reddito. I salari lordi annuali delle mamme lavoratrici sono inferiori di 5.700 euro rispetto alle lavoratrici non madri. “Questa è la ‘child penalty’, i cui effetti impattano sulle donne. Per questo, se vogliamo davvero che le donne possano sfondare il soffitto di cristallo, è urgente lavorare fin dal primo gradino di sviluppo professionale. Quando parliamo di futuro del lavoro la parità di genere non è più un’opzione” rileva la curatrice del libro Silvia Pagliuca.
Ancora peggio nei nuovi lavori
Guardando ai nuovi lavori il gender gap è ancora più evidente. Si pensi alle discipline Stem: in Europa, la percentuale degli uomini che lavorano nel settore digitale è tre volte superiore a quella delle donne. E solo il 22% di chi si occupa di Intelligenza Artificiale è donna. Stessa situazione in Italia.
Il divario si allarga se si sale negli organigrammi di tutti i comparti: solo il 35% dei manager in Europa è donna. In Italia la percentuale è ancora più bassa. I dati dell’Osservatorio 4.Manager mostrano, infatti, come le posizioni manageriali femminili sono ferme al 28% del totale. La quota si riduce al 19% se si considerano le posizioni regolate da un contratto da dirigente. Il ruolo di Presidente del Consiglio di amministrazione è rivestito solo per il 12,2% da donne, percentuale che si abbassa all’11,9% tra gli Amministratori delegati.
Eppure, la “diversity” fa bene, in termini di produttività, sostenibilità, innovazione e benessere della forza lavoro. Ad esempio, le imprese a conduzione femminile presentano un punteggio più alto sul grado di digitalizzazione rispetto alle imprese a conduzione prioritaria o esclusiva maschile.
She Leads: una rivoluzione possibile
Oggi esistono gli strumenti per raggiungere la parità di genere. Ma deve essere una priorità trasversale per le imprese e i manager, che devono sperimentare forme di organizzazione più inclusive, e per lo Stato che deve potenziare il welfare.
In questo senso sta giocando un ruolo cruciale il Pnrr che promette di generare un aumento dell’occupazione femminile del 4% entro il 2026. Il Parlamento Europeo ha lavorato affinché entro la metà del 2026, tutte le grandi società quotate riservino alle donne almeno il 33% del totale dei posti di amministratore. Un cambiamento sostenuto anche da un’altra importante misura: la Certificazione della parità di genere, con cui le imprese potranno valutare il proprio impegno in termini di capitale umano ottenendo importanti benefici.
Le imprese, infatti, potranno godere di un esonero dal versamento dei contributi previdenziali determinato in misura non superiore all’1% e nel limite massimo di 50.000 euro annui per impresa. Entro giugno 2026, si stima che almeno 800 Pmi potranno essere certificate e circa 1.000 aziende riceveranno le agevolazioni fiscali.
La certificazione della parità di genere
“La Certificazione è uno strumento fondamentale affinché il sistema economico italiano e il mondo del lavoro diventino un luogo più inclusivo, più equo e anche con una redditività più sostenibile. Numerosi studi, come quelli dell’Osservatorio 4.Manager, dimostrano come le aziende più inclusive e con un maggior equilibrio di genere siano in grado di creare un valore più elevato. Secondo il Diversity Brand Index le imprese certificate fatturano il 23% in più. Inoltre, incentivare l’equilibrio di genere garantisce una serie di benefici intangibili, tra i quali la spinta all’innovazione e una crescita della reputazione nel mercato” sostiene Mirja Cartia d’Asero, amministratrice delegata del Gruppo 24 Ore. “Sono molto orgogliosa che il Gruppo 24 Ore abbia ottenuto la Certificazione di genere lo scorso dicembre come prima media company italiana, facendo anche da apripista per le aziende del settore. Ma siamo ben consapevoli che si tratta solo di un punto di partenza, un impegno a migliorarci nei prossimi anni”.
“Con la certificazione della parità di genere si è voluto, per la prima volta, creare un insieme di azioni che, pensate per le imprese e le realtà produttive di beni e servizi, costruiscano in modo graduale una cultura inclusiva” sottolinea l’avvocata Andrea Catizone. “Ora, con il nuovo Codice dei contratti pubblici, si arricchisce di una norma ad hoc che obbliga le stazioni appaltanti a prevedere nei bandi di gara, negli avvisi e negli inviti, il maggior punteggio da attribuire alle imprese per l’adozione di politiche tese al raggiungimento della parità di genere. Comprovata appunto dal possesso della certificazione della parità di genere”.
Una vera rivoluzione culturale sulla sostenibilità sociale, la S delle Esg, che si traduce in vantaggi misurabili. Non un costo, ma un investimento per ogni soggetto coinvolto.