di Cleopatra Gatti |
Il mercato del lavoro italiano restituisce un quadro desolante dell’occupazione femminile.
Secondo l’Ocse, il tasso di partecipazione alla forza lavoro delle donne è del 48% contro il 66% maschile e le donne lavoratrici subiscono ancora marcati divari retributivi di genere. Così come minori prospettive di carriera soprattutto in relazione a ruoli dirigenziali e di responsabilità. Nonostante le donne italiane siano più istruite degli uomini (il 23% delle donne ha una laurea contro il 16% degli uomini), tale vantaggio nell’istruzione non ha un corrispettivo in ambito lavorativo.
Ad aggravare la situazione è il gap tra le regioni del Nord e Sud Italia, dove il divario è ancora più allarmante. Esistono tendenze strutturali, come l’evoluzione tecnologica, la crescente riduzione delle tutele lavorative, l’incremento dell’età pensionabile e gli scarsi sistemi di welfare, che acuiscono le difficoltà di inserimento e transizione lavorativa delle donne. Purtroppo, le risorse a disposizione di scuole, enti di formazione, career service universitari, centri per l’impiego, sportelli lavoro, agenzie per il lavoro e società di outplacement, sono insufficienti per fronteggiare il bisogno di milioni di donne italiane alla ricerca di un impiego.
Trasformazione culturale
Non solo le donne che cercano lavoro devono spesso farlo da sole. Ma lo devono fare con più difficoltà, meno supporto e per più volte nell’arco della vita. Per superare i limiti fisici e operativi degli attuali servizi al lavoro e rendere il supporto di carriera universale, moderno e a misura di persona, devono cambiare le modalità, gli strumenti e le tecnologie con cui le donne cercano lavoro. E al contempo come le istituzioni gestiscono i servizi al lavoro e le politiche attive. Non è più possibile rispondere efficacemente a problemi nuovi e complessi con ricette del passato. Per ridare dignità e valore al patrimonio di competenze ed esperienze di milioni di candidate è necessaria una trasformazione culturale e operativa che può avvenire solo abbracciando l’innovazione e sperimentando nuove soluzioni.
Servizi innovativi, costruiti attorno alle esigenze dei beneficiari, e formazione sono i grandi driver di crescita e sviluppo su cui è necessario riorientare il sistema dei servizi di accompagnamento al lavoro. Jobiri con l’Osservatorio “Gli ostacoli e le discriminazioni contro le donne nella ricerca lavoro”, intende contribuire a creare cultura. Nonché garantire opportunità di informazione e formazione a candidate alla ricerca di un lavoro.
Blocchi emotivi nella ricerca di lavoro
Per molte candidate la ricerca di un impiego è vissuta come un continuo sali scendi di emozioni, con momenti di gioia e sconforto ricorrenti. Cercare lavoro richiede la presa di decisioni spesso cariche di molte emozioni. Le situazioni emotivamente intense e negative, sono associate a minore motivazione e focus che spesso porta la candidata a ridurre l’intensità di ricerca.
Alcune emozioni invece, come la confusione o la rassegnazione, interferiscono con l’elaborazione delle informazioni e possono portare a strategie di ricerca scarsamente efficaci. Inoltre, le esperienze emotive frustranti spesso spingono le candidate ad abbassare le proprie aspettative lavorative. E a candidarsi per ruoli a cui non erano inizialmente interessate. Nel campione analizzato, confusione, solitudine e rassegnazione rappresentano le più comuni, rispettivamente nel 71%, 69% e 45% dei casi. Esperienze emotive ancora più estreme come l’ansia e la paura sono presenti rispettivamente nel 40% e nel 22% dei casi.
La discriminazione contro le donne
Le donne continuano ad affrontare avversità in ogni fase del processo di ricerca. Dal momento in cui leggono un annuncio di lavoro al momento in cui affrontano un colloquio o ricevono una proposta di assunzione. È possibile identificare tre “momenti” di discriminazione o fenomeni anche più gravi:
- discriminazioni in fase di candidatura;
- discriminazioni e molestie in fase di colloquio;
- discriminazioni e molestie in fase contrattuale.
Per quanto attiene alle discriminazioni nel processo di candidatura, il 71% delle rispondenti ha dichiarato di essere incappata in annunci di lavoro dove il requisito di accesso era basato sul genere (ad esempio “si ricercano solo uomini”). Il 46% si è ritrovata impossibilitata a candidarsi in quanto nell’offerta di lavoro si indicavano dei limiti d’età (ad esempio “max 40 anni”). Oltre a tali discriminazioni, il 38% delle intervistate ha riscontrato annunci sessisti e riferimenti inaccettabili rientranti nel cosiddetto “body shaming” (ad esempio “non in sovrappeso”, “solo bella presenza”).
È difficile affermare con certezza se gli annunci discriminatori siano realizzati per errore, ignoranza o malafede. Di certo, sono tutti comportamenti gravi e vietati per legge. Rispetto alle discriminazioni e molestie in fase di colloquio, il 56% ha dichiarato di aver ricevuto domande sulla propria situazione matrimoniale. Altrettanto grave è che il 55% abbia affermato di aver ricevuto domande relative alla gestione o la cura dei figli. Ma soprattutto lo è il fatto che vi sono ancora casi di molestie, che possono andare da apprezzamenti a sfondo sessuale a contatti fisici indesiderati o inopportuni (riportati nel 16% e 11% dei casi).
Per quanto riguarda le discriminazioni e molestie in fase contrattuale il quadro non migliora. Il 12% ha dichiarato di aver ricevuto almeno una volta promesse di assunzione in cambio di favori sessuali, mentre il 68% ha denunciato offerte di contratti con stipendi più bassi rispetto ai colleghi maschi.
Costruire un curriculum efficace per la ricerca di lavoro
È diventato sempre più comune per un’azienda applicare processi automatici per ridurre il numero di candidate da colloquiare e preselezionare i curriculum in base a precisi parametri. Dai dati raccolti, purtroppo sono ancora molte le criticità che si rilevano tra i curriculum delle candidate e che minano già dall’inizio il loro inserimento lavorativo: gap di competenze ed esperienze e difficoltà a valorizzarsi presso i selezionatori.
Dall’Osservatorio Jobiri emerge che nell’83% dei casi di maternità, le candidate non hanno fatto ricorso o hanno fortemente limitato le occasioni formative. Nel 41% e nel 39% dei casi, le candidate mancano di un percorso formativo o di soft skill adeguate alle aziende. Nel 33% dei casi, mancano di competenze tecniche o di esperienze lavorative richieste negli annunci di lavoro.
Rispetto invece alla categoria “difficoltà a valorizzarsi”, nell’86% dei casi, le candidate non sono in grado di promuovere i risultati formativi o professionali raggiunti. Inoltre, l’85% delle candidate non inserisce parole chiave nel curriculum. Quasi 6 donne su 10 invece, hanno gap di carriera evidenti nel curriculum e utilizzano formati di CV difficili da leggere o pedanti. Infine, nel 5% dei casi il CV presenta errori di grammatica o ortografia.
Superare i colloqui
Il colloquio di selezione non rappresenta un evento isolato, ma un processo che inizia dal momento in cui ci si candida o si viene contattate. Tutti i passaggi che precedono il colloquio sono altrettanto importanti e ognuno influenza le possibilità di successo. I recruiter cercano candidate che abbiano una forte autoconsapevolezza del proprio valore e una visione definita del proprio percorso professionale.
Preparazione, flessibilità, proattività e determinazione sono alcune delle qualità che le candidate devono avereper superare efficacemente questa fase del processo di selezione. Tuttavia, dai dati raccolti, molte donne non sono tecnicamente o psicologicamente preparate per affrontare un colloquio. Infatti, nella fase di pre-colloquio, la maggior parte non arriva adeguatamente informata. L’83% non raccoglie informazioni sul recruiter, il 79% non si esercita a rispondere alle potenziali domande e il 75% non raccoglie dati e informazioni sull’azienda. Nella fase di colloquio invece, il 69% non interagisce efficacemente con il recruiter. Mentre il 66% fatica a gestire le nuove modalità di colloquio come quelle via video.
Durante il colloquio, il 55% e 40% delle candidate non fa emergere il proprio entusiasmo per la posizione per la quale si è candidata e non si veste in maniera professionale. Anche la fase di post colloquio è importante. Tuttavia il 92% non coglie l’occasione di mandare e-mail di ringraziamento al recruiter e l’82% non investe del tempo per riflettere sugli aspetti su cui migliorare.
La criticità dei servizi
Migliorare i servizi al lavoro all’interno di scuole, enti di formazione, università, centri per l’impiego, sportelli lavoro e società di outplacement è indispensabile per garantire una migliore efficacia nell’incontro fra domanda e offerta di lavoro, per accelerare i processi di inclusione e favorire la crescita del Paese. Nonostante gli sforzi, il divario rispetto agli altri principali Paesi Europei è ancora molto marcato sul fronte dell’efficacia dei servizi, delle risorse investite e sul loro impatto sulla vita professionale delle donne in Italia.
Dall’osservatorio di Jobiri risulta che il 98% e il 97% rispettivamente denunciano l’utilizzo di software inadeguati o insufficienti offerte di lavoro. L’85% evidenzia una carenza di personale e il 79% riporta di non aver ricevuto adeguato e tempestivo sostegno su come affrontare la ricerca di lavoro. Oltre ad un’insufficiente dotazione tecnologica viene evidenziata anche una carente professionalità.