A ciascuno il suo welfare

Spunti di riflessione dal VI Rapporto Adapt su welfare occupazionale e aziendale in Italia, una sfera ampia e differenziata di misure con le quali gli attori del sistema di relazioni industriali cercano di rispondere alle trasformazioni del mondo del lavoro

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VI Rapporto Adapt su welfare occupazionale e aziendale

Il VI Rapporto su welfare occupazionale e aziendale in Italia è stato presentato da Adapt lo scorso novembre a Roma.

Consultabile in formato digitale, il rapporto, dal titolo “Welfare for people”, è stato curato da Michele Tiraboschi, Professore Ordinario di Diritto del lavoro presso Università di Modena e Reggio Emilia. E promosso da Intesa Sanpaolo e Scuola di alta formazione in relazioni industriali e di lavoro di Adapt.

La pubblicazione propone un’analisi e una mappatura dell’universo della contrattazione collettiva (22 Ccnl nei settori metalmeccanico, chimico-farmaceutico, industria alimentare, terziario distribuzione e servizi e artigianato). Ma anche dei principali sistemi bilaterali costituiti dalle parti sociali, con un focus sul welfare occupazionale nel comparto artigiano, un approfondimento sulla Regione Lazio e uno sul rapporto tra salute e lavoro. Adapt ha lavorato sulla banca dati Cnel (per i contratti nazionali di lavoro) e sulla sua piattaforma FareContrattazione, contenente oltre 5.000 voci tra contratti aziendali e territoriali.

Welfare e relazioni industriali

Come scrive Tiraboschi nella presentazione, Adapt ha svolto lo studio scegliendo come chiave di lettura le “dinamiche dei sistemi di relazioni industriali”. È questa, secondo il curatore, una prospettiva insolita, “complice la crisi dei corpi intermedi e degli attori della rappresentanza. Ma imprescindibile rispetto a misure che, non a caso, sollecitano gli sviluppi del welfare non nella tradizionale dimensione pubblicistica ma in quella propria dei rapporti di produzione e di lavoro”. L’intenzione è dunque indagare sugli effetti delle iniziative di welfare che “cercano di intrecciare un modo moderno di fare impresa con una idea ancora forte e tecnicamente precisa di welfare. Quale risposta, cioè, a un bisogno reale di sicurezza di persone, comunità e settori produttivi”.

Visto da questa prospettiva, il welfare, dice ancora Tiraboschi, “si inserisce nelle dinamiche della nuova grande trasformazione del lavoro, che legano i sistemi contrattuali e di lavoro a quelli del welfare (pubblico e privato) dentro il più ampio contenitore del welfare occupazionale. Andando oltre i semplici confini fisici della singola impresa, tanto da incidere profondamente sulle logiche della produttività e non solo su quelle redistributive. Questo fino al punto di concorrere in termini strutturali alla riscrittura dello scambio lavoro contro retribuzione”.

In quest’ottica, infine, la diffusione del welfare aziendale va vista come la risposta degli attori del sistema di relazioni industriali alle trasformazioni che stanno interessando il mondo del lavoro. Ormai svincolato dal paradigma produttivo del Novecento.

Livelli di contrattazione e modelli di welfare

Sul piano nazionale, il rapporto osserva una generale valorizzazione degli strumenti bilaterali nel campo della previdenza complementare e dell’assistenza sanitaria integrativa. I grandi fondi nazionali di categoria che costituiscono gli strumenti di riferimento per l’implementazione di misure integrative destinate a tutti i lavoratori del settore, seppure con meccanismi di adesione e incentivazione differenti.

Nel settore metalmeccanico, ad esempio, le parti hanno introdotto ulteriori strumenti che aprono possibili spazi di intervento a diversi operatori di mercato. Si tratta dei flexible benefits, che consistono nella quota di credito welfare che le aziende sono tenute a erogare ai propri dipendenti alla luce dell’applicazione di un determinato contratto collettivo, per mezzo di piattaforme di servizi gestite dai provider di welfare aziendale.

Al livello di negoziazione aziendale, nei tre settori analizzati (metalmeccanico, chimico-farmaceutico, alimentare), attraverso la contrattazione si definiscono non solo i trattamenti integrativi rispetto al contratto nazionale, ma anche la modulazione degli istituti contrattuali e bilaterali nazionali in base alle specifiche esigenze di lavoratori e aziende. Soprattutto in riferimento alla flessibilità organizzativa, volta a garantire una maggiore conciliazione tra vita privata e professionale dei lavoratori. Nel terziario, invece, la contrattazione aziendale è ancora scarsamente diffusa in ragione delle caratteristiche dimensionali delle imprese. Anche se è in parte compensata da un radicato sistema di enti bilaterali territoriali, le cui attività ricomprendono anche importanti misure di welfare sul territorio.

Peculiarità territoriali

A livello territoriale emergono alcuni fabbisogni in linea con il dato nazionale, connessi principalmente ai cambiamenti demografici. Tra i più diffusi vi sono quelli legati alla conciliazione tra vita privata e vita professionale. Sicuramente un ruolo di primo piano viene svolto dalla contrattazione aziendale, che in dati territori, come quello bresciano e cuneese, e in alcuni settori, rispettivamente quello metalmeccanico e chimico-farmaceutico, ha nel corso del tempo portato a un aumento di piani di welfare articolati. Mediante i quali sono riconosciute diverse prestazioni di carattere redistributivo-concessivo.

La contrattazione aziendale è anche un canale privilegiato per il riconoscimento di misure di welfare aziendale, vista la diffusione sostenuta di accordi che disciplinano il premio di produttività. In questi casi, spesso, è infatti prevista la convertibilità totale o parziale degli importi in strumenti di welfare di cui all’art. 51, commi 2 e 3, Tuir, favorita anche dal riconoscimento del bonus di conversione. Nelle Province di Modena, Reggio Emilia e Parma – settore industria alimentare -, è stata registrata la diffusione di misure di welfare volte a facilitare una maggiore conciliazione tra vita professionale e vita privata. Nonché di misure migliorative rispetto al welfare contrattuale previsto dal contratto collettivo nazionale di lavoro.

Welfare bilaterale e di comunità

Il welfare bilaterale sviluppato dalle parti sociali, soprattutto laddove il tessuto produttivo è più polverizzato, garantisce il riconoscimento di misure di welfare per i lavoratori impiegati in aziende dove non c’è una contrattazione di secondo livello. Come terziario, distribuzione e servizi e nel comparto artigiano. Il fenomeno è particolarmente interessante. Infatti, a differenza di quanto previsto dalla normativa fiscale sul welfare aziendale in forza di regolamento o contratto collettivo di secondo livello, in questo caso non si prevedono agevolazioni né per l’ente erogante né per i lavoratori.

Si rileva, infine, una certa diffusione di forme di welfare di comunità. In questo caso le parti sociali e diversi attori territoriali, come gli enti istituzionali, si uniscono e promuovono misure di welfare a supporto del tessuto produttivo e dell’intero ecosistema territoriale.

| di Giorgia Andrei

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