di Giuseppe Mosa |
Il clamore che le vicende di scandali finanziari e della pandemia hanno suscitato negli ultimi anni ha avuto come conseguenza l’impulso a considerare l’impresa sotto un profilo già noto, ma probabilmente ancora poco sviluppato: l’etica.
Di etica si può parlare a diversi livelli, da quelli più filosofici e metafisici, a quelli che si collocano nella sfera della concretezza e dell’impatto che sortiscono sull’impresa. L’interesse che ci muove in questo campo è piuttosto quello concreto, mira alla valutazione del comportamento in un’ottica di miglioramento delle pratiche aziendali. Si entra di conseguenza, e per la necessità di delimitare il campo d’azione di questa trattazione, nell’ambito della Responsabilità Sociale dell’Impresa o, adottando una terminologia internazionale e generalmente riconosciuta, della Corporate Social Responsibility.
La responsabilità sociale d’impresa può essere definita come l’insieme delle politiche e attività volontarie messe in atto dalle aziende per mitigare gli impatti negativi delle proprie azioni sui sistemi sociali ed economici in cui operano. Si tratta di un approccio gestionale che mira a coniugare gli obiettivi di profitto con la sostenibilità nel tempo dei flussi finanziari aziendali, attraverso lo sviluppo di pratiche rispettose delle persone e dell’ambiente. Le sue fondamenta sono rappresentate dai principi etici di accountability, trasparenza, rispetto dei diritti umani e tutela dell’ecosistema.
Business sostenibile: cosa dice la norma
La Csr non è semplice responsabilità filantropica, ma costituisce un vero e proprio modello di business sostenibile. Il quale porta le imprese a integrare le esigenze del contesto sociale e ambientale nel proprio sistema di governo, nei processi produttivi e nelle strategie di marketing. Sarà per la speranza di un vento nuovo generalizzato, proiettato verso la salvaguardia dell’ambiente, la post pandemia e la post belligeranza che si vorrebbe soffiasse sull’economia. Lo sarà perché i tempi stanno lentamente cambiando, eppure il tema dei comportamenti socialmente responsabili, dell’attenzione alle risorse umane e materiali, della necessità di uno sviluppo sostenibile, ha conquistato spazio, non solo tra le aziende, ma anche nel non profit, nelle università e, quel che più interessa, nei Governi.
Per comprendere il concetto di impresa sostenibile e responsabile – sul piano normativo – è possibile prendere le mosse dalla novella legislativa che nel 2022 ha interessato gli artt. 9 e 41 della nostra Costituzione. Dette norme, infatti, tutelano l’ambiente e l’iniziativa economica privata, ma indicano anche che tali iniziative non possono svolgersi in contrasto ad interessi sociali e ambientali. La modifica di questi due articoli ha inteso porre l’attenzione sull’importanza della tutela dell’ambiente e sulla necessità di armonizzare l’iniziativa economica privata con la salvaguardia dei beni comuni e il benessere delle future generazioni.
Ciò, anche in esecuzione degli obblighi comunitari. Atteso che l’Unione Europea ricopre da sempre un ruolo predominante nella lotta al cambiamento climatico. E da anni è in prima linea per la formulazione di norme e l’erogazione di fondi volti alla protezione dell’ambiente e allo sviluppo sostenibile. Basti pensare alla proposta della Commissione europea, risalente all’aprile 2021, sull’obbligatorietà della rendicontazione di sostenibilità. Tale norma è stata approvata da Parlamento e Consiglio in via definitiva il 28 novembre 2022 ed è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 14 dicembre 2022.
La Corporate Sustainability Reporting Directive
La Csrd (Corporate Sustainability Reporting Directive) ha rafforzato la norma precedente introducendo l’obbligatorietà per tutte le grandi imprese e le Pmi quotate in borsa, ad eccezione delle microimprese quotate, a rendicontare la performance di sostenibilità. Inoltre, vigerà l’obbligo anche per le società non europee che fatturano almeno 150 milioni di euro in Ue. Le aziende saranno chiamate a rendicontare sulla base di standard comuni e vincolanti, gli Esrs (European Sustainability Reporting Standards) forniti dall’Ue.
La Csrd entrerà in vigore in modo graduale:
- dal 1° gennaio 2024 per le grandi aziende già soggette alla Nfrd (Non Financial Reporting Directive) con reporting entro il 2025;
- dal 1° gennaio 2025 per le grandi aziende che non ricadevano nella Nfrd;
- dal 1° gennaio 2026 per le Pmi, le quali disporranno di un periodo transitorio sino al 2028.
L’approvazione della Csrd segna una svolta nel campo della rendicontazione di sostenibilità. Infatti, se precedentemente le aziende coinvolte e obbligate a produrre il bilancio di sostenibilità erano circa 11.500, con la nuova norma passeranno a quasi 50.000. Sarà quindi essenziale conoscere i temi e gli aspetti richiesti dalla Csrd. Le aziende dovranno rendicontare non solo sui temi ambientali. Bensì, dovranno fornire informazioni su materie come diritti umani, corruzione e riciclaggio, responsabilità sociale, inclusione e diversità e governance aziendale. Inoltre dovranno essere inseriti chiarimenti riguardanti l’impatto ambientale e sociale dei propri fornitori.
I dati raccolti non saranno più pubblicati in un bilancio a parte, come invece succedeva con la Nfrd o per quelle aziende che rendicontavano su base volontaria. Saranno invece integrati alla relazione sulla gestione di fine anno, in modo da garantire agli investitori e agli altri stakeholder una visione complessiva e trasparente. In secondo luogo, la Csrd introduce il concetto di doppia materialità: le aziende non dovranno più limitarsi a comunicare le loro performance sui temi di sostenibilità, ma dovranno anche evidenziare i rischi legati ai cambiamenti climatici e le questioni relative ai diritti umani e altre tematiche che potrebbero impattare la loro attività.
Le attività economiche sostenibili
La Csrd è solo una delle ultime norme approvate in sede europea sul tema del business sostenibile. E si inserisce nello schema più ampio del Piano d’Azione della Finanza Sostenibile. Di quest’ultimo fa parte anche la Tassonomia Europea, aggiornata a giugno 2023, che ha l’obiettivo di definire, in base a specifici criteri, quali attività economiche si possano definire sostenibili. I criteri vengono ripresi anche dalla Csrd e nel dettaglio sarà richiesto di rendicontare su indicatori chiave di performance, per stabilire in che misura le aziende sono allineate alla Tassonomia. In questo contesto la Csrd si pone quindi come uno strumento utile per guidare gli investitori verso scelte più consapevoli e sostenibili.
Sulla base di queste nuove coordinate ermeneutiche va ridefinito il concetto di impresa. La quale non può più essere identificata solamente con la ricerca del profitto, ma deve integrare anche obiettivi non economici come l’impatto sociale. Si tratta di una ridefinizione profonda del modello di business che deve tenere conto del valore condiviso anche dagli stakeholder (investitori, dipendenti, clienti e fornitori, ma anche comunità, governi e associazioni di categoria), non solo dagli azionisti. Ciò comporta la necessità di rivedere il concetto di libertà economica, in modo da garantire la sopravvivenza del sistema economico e dell’impresa stessa.
Quali vantaggi per le aziende
La Csr, d’altro canto, può contribuire in modo significativo alla sostenibilità dei flussi finanziari aziendali. Questo attraverso diversi meccanismi:
- riduzione dei costi: ad esempio minimizzando gli sprechi produttivi od ottimizzando i consumi energetici (questo ha implicazioni positive sui costi operativi);
- aumento della redditività grazie alla possibilità di fissare prezzi premium per prodotti/servizi Csr-oriented, che rispondono alle richieste dei clienti più sensibili;
- miglioramento della reputazione e dell’immagine del marchio, fattori indispensabili per acquisire nuovi clienti e fidelizzare quelli esistenti;
- maggiore attrattività verso investitori istituzionali e fondi che includono criteri Esg (Environmental Social Governance) nelle scelte di portafoglio;
- riduzione del risk management grazie alla mitigazione di rischi legati a fattori ambientali e sociali, come le cause legali;
- incentivi pubblici quali agevolazioni fiscali per progetti a impatto sociale e crediti di imposta per investimenti green.
Altri ritorni del business sostenibile
La Csr determina una crescita sostenibile e durevole dei flussi di cassa generati dall’attività di impresa. Gli investimenti in progetti di responsabilità sociale d’impresa consentono di generare significativi ritorni economici e una crescita duratura della “brand reputation”. Numerose evidenze dimostrano infatti come le aziende virtuose sotto il profilo Csr riescano ad accrescere il proprio fatturato grazie all’apprezzamento dei consumatori sensibili a tematiche di sostenibilità.
Ciò avviene ad esempio attraverso la possibilità di fissare prezzi premium, l’acquisizione di nuove fette di mercato, la riduzione dell’elasticità della domanda di fronte ad aumenti di listino. Inoltre, investendo sul sociale le imprese consolidano la propria reputazione agli occhi di tutti gli stakeholder. Ciò accresce il valore immateriale del marchio, fattore sempre più determinante per distinguersi. Che la Csr produca vantaggi concreti è d’altra parte un dato statisticamente assodato.
Anche negli ultimi forum dedicati alla materia non sono mancate testimonianze di buone pratiche. L’Olanda e la Danimarca, con politiche locali molto favorevoli alle imprese sostenibili, e la Bulgaria, con una sorta di rating devoluto a imprese responsabili previo controllo da parte dei sindacati e un programma di formazione in materia molto esteso. L’Italia ha attivato la piattaforma interregionale e interministeriale Inail sulle condotte di impresa responsabile. Mentre la Polonia ha avviato un programma di applicazione della Norma Uni EN Iso 26000:2020 nella Pubblica Amministrazione. Infine il caso di Malta, con una piattaforma nazionale governativa per le imprese etiche e sostenibili dal punto di vista ambientale.
Costruire un’impresa militante
In questo contesto l’impresa verso la quale stiamo andando deve essere un’impresa militante con al centro il “purpose”, che agisce con strumenti nuovi e risponde ai perché più rilevanti per le persone e le comunità. Per costruire un’impresa militante sostenibile sono necessarie nuove capacità, nuove reti, inclusività e nuova cultura che non sia solo a disposizione di pochi. Tuttavia, manca una rappresentanza che possa sedersi ai tavoli delle decisioni. È fondamentale che questa nuova leva possa avere voce in capitolo. Perché solo così le imprese militanti possono essere realmente rappresentative delle esigenze della comunità.
In definitiva, la riflessione su nuovi paradigmi di impresa è un tema di grande attualità e importanza che richiede un approccio critico e costruttivo. L’impresa deve, quindi, ridefinire il proprio modello di business, tenendo conto degli stakeholder e del valore condiviso, non più solo come elemento “in più” ma come obiettivo primario. Il concetto di libertà economica va rivisto e riformulato per un’impresa che non sia solo profit-oriented, ma anche socialmente responsabile e sostenibile. In particolare, un business sostenibile deve conciliare: solidarietà sociale, efficienza economica e funzionalità dell’ambiente. Queste tre dimensioni sono interrelate tra loro da una molteplicità di connessioni, per cui non devono essere considerate indipendenti, bensì come un insieme di elementi che interagiscono, contribuendo al raggiungimento di un fine comune.
Nelle decisioni riguardanti l’assetto dello spazio vitale va tenuto conto di queste tre dimensioni mediante una valutazione e una ponderazione di ordine globale (approccio olistico). Infatti, se si mira solo a ottimizzare gli aspetti di uno dei tre elementi, si avranno per lo più delle conseguenze negative per gli altri due. Lo sviluppo sostenibile richiede infatti un equilibrio fra quanto può essere addossato ecologicamente a un determinato spazio e le diverse esigenze della società e dell’economia.
* Giuseppe Mosa è consulente giuridico di Fondolavoro.