Se il tasso di occupazione rimanesse fermo al livello attuale, per i semplici effetti del calo demografico nel 2030 il numero di lavoratori diminuirebbe del 5%, nel 2050 addirittura del 21,2%, con un vero e proprio crollo del 30% per i 45-54enni.
Di fronte a una popolazione in riduzione costante, con sempre più anziani e meno giovani, e quasi metà di inattivi, lo scenario economico e sociale nei prossimi decenni appare insostenibile. Se invece il tasso di occupazione si omologasse a quello medio dell’Ue, nel 2030 l’offerta di lavoro riuscirebbe ad aumentare del 10,3%. Se raggiungesse quello della Germania balzerebbe al +23,5%, quello della Svezia al +29,2%. Nel 2050, se applicassimo il tasso di occupazione odierno della Germania i lavoratori aumenterebbero del 2,3%, se applicassimo quello della Svezia 7,9%. Anche nell’ipotesi “svedese”, al 2050 rimarrebbe il forte calo di 35-55 anni, ma aumenterebbero di quasi il 1000% gli occupati oltre 75 anni.
Sono le stime di Randstad Research nel rapporto “Gli inattivi: quali prospettive di fronte alle grandi sfide?”. L’indagine chiude il ciclo di ricerche dedicate al tema degli inattivi con un’analisi su lavoro non dichiarato, invecchiamento attivo e sostenibilità del sistema al 2030 e al 2050.
Limitare gli effetti del calo demografico
Il “collo di bottiglia” del sistema a causa del calo demografico cambia se si ipotizzano variazioni nei tassi di partecipazione al lavoro. Se l’Italia oggi avesse l’occupazione della Germania, gli occupati sarebbero 30 milioni invece dei 23,2 milioni attuali. Se avesse quello della Svezia, 31,5 milioni. Nel 2030 in Italia, con i tassi di occupazione attuali dell’Ue, della Germania o della Svezia gli occupati sarebbero rispettivamente 25,6 milioni, 28,7 milioni o 30 milioni. Nel 2050 rispettivamente 21,3 milioni, 23,8 milioni o 25 milioni.
Come avvicinarci al livello degli altri paesi? Fondamentale riportare al lavoro almeno una parte dei 26 milioni di inattivi complessivamente stimati da Randstad Research. E un potenziale “nascosto” è rappresentato dal lavoro non dichiarato. Perché sono ben 2,6 milioni i lavoratori sommersi che, riportati nella regolarità, potrebbero controbilanciare il tasso di inattività. Ma bisogna anche coinvolgere nel lavoro, oltre le donne, i giovani, gli uomini esodati, gli anziani, considerando che il numero di ultrasettantenni è destinato a crescere dai 10,5 milioni attuali a 15,4 nel 2050, ma l’Italia fa ancora troppo poco nell’invecchiamento attivo.
Contrasto del lavoro sommerso
Oggi si contano 2,6 milioni di lavoratori “non dichiarati” in Italia. Troppi sia per il potenziale recupero dell’evasione fiscale e contributiva, sia per il possibile miglioramento della situazione occupazionale, ma anche per la qualità delle competenze offerte. Sebbene il tasso di lavoro non dichiarato in Italia nel privato sia di poco superiore alla media Ue (12,9% contro l’11,6%), è molto più elevato rispetto alle grandi economie vicine (4,4% per la Germania, 8,8% per la Francia e per la Spagna).
Partendo dall’assunto che il settore pubblico non sia toccato del sommerso, Randstad Research stima un tasso di irregolarità complessiva sull’economia italiana del 9,9%. Osservando il dato a livello regionale, per il settore privato, la variabilità è alta. Al sud abbiamo tassi di irregolarità molto superiori, passando dalla Calabria, che ha un tasso pari al 20,9% al Veneto con il’8,5%.
Longevità della popolazione
Gli anziani ultrasettantenni in Italia oggi sono 10,5 milioni. Diventeranno 11,5 milioni nel 2030 e 15,4 milioni nel 2050, insieme al loro peso sulla popolazione complessiva. Ma in Italia, diversamente da altri paesi, solo un’esigua minoranza è lavorativamente attiva. Nel 2022 in Italia si contano circa 194 mila occupati ultrasettantenni, il 3,3% del totale, in maggioranza autonomi/indipendenti (solo il 15,4% è costituito da lavoratori dipendenti).
Applicando il tasso di irregolarità medio del paese, gli occupati della coorte 70-79 anni potrebbero essere 218 mila e il tasso di attività passare dal 3,3% al 3,7%. Focalizzandosi nello specifico su 70-74 anni, il tasso di attività maschile è pari al 6,7%. Molto inferiore rispetto a paesi al 42% del Giappone e 46,5%, della Corea del Sud, anche se maggiore di paesi simili come Francia (3,2%) e Spagna (2,8%).
Invecchiamento attivo
Al di là della partecipazione al mercato del lavoro, in Italia è inferiore il livello di invecchiamento attivo (in senso individuale e sociale). Il nostro paese ha un punteggio basso – 35 punti – nell’Active ageing index dell’OMS relativo agli over 55. Inferiore alla media europea (40,6) e lontano da Svezia e Paesi Bassi (rispettivamente 12,8 e 8,7 punti di differenza). Siamo sotto la Germania, la Francia e il Belgio.
Da elaborazioni sull’indagine Share emerge inoltre che l’Italia è ai livelli più bassi di invecchiamento attivo. Poca attività di volontariato (13% contro una media UE del 17,9%), bassissima frequenza di corsi d’istruzione o formazione (solo l’1,8%), poca partecipazione a club sportivi e sociali (13,1%) e partecipazione politica (5,3%). Ma siamo oltre la media UE nell’uso di internet (65,4%) e nella frequenza con cui i nonni si prendono cura dei nipoti.