Settimana corta: rivoluzione o rischio?

Il dibattito sulla riduzione della settimana lavorativa divide esperti e aziende: tra esperimenti di successo e timori per la competitività, un’analisi delle prospettive e delle criticità del modello a quattro giorni

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Il dibattito sulla settimana breve divide esperti e aziende

di Luigi Beccaria |

Pochi argomenti hanno la capacità di polarizzare il dibattito pubblico (il quale già di per sé non attraversa una fase connotata da particolare distensione) come le proposte, ciclicamente discusse, relative all’introduzione della settimana breve.

Da un lato, abbiamo i pasionari più oltranzisti (o utopisti?), che la riterrebbero una panacea in grado di apportare formidabili risultati sia in termini di produttività, sia di benessere e conciliazione tra vita privata e vita lavorativa. Dall’altro, i “millenaristi”, che vedrebbero in essa una sorta di nuovo, kubrickiano, “Ordigno fine di mondo”. In grado di disinnescare una volta per tutte le velleità di competitività industriale propugnate dal Belpaese.

Per effettuare un’analisi sine ira et studio, appare ragionevole innanzitutto fare una breve rassegna in ordine all’esistenza o meno di detto istituto in altri Paesi europei. Nonché sui risultati che detta sperimentazione ha generato.

La versione “pura” della settimana breve

Naturalmente, la “settimana corta” cui facciamo riferimento è quella nella sua versione più “pura”. Ossia con la riduzione sic et simpliciter dei giorni lavorativi della settimana, dalle canoniche 8 ore al giorno per 5 giorni alle medesime 8 ore ma riportate su 4 giorni. Non verranno pertanto considerate altre fattispecie “ibride” di flessibilità. Quali per esempio l’attuazione di piani di smaltimento Rol (che tipicamente prevedono lo “sconto” del venerdì pomeriggio per i lavoratori) o l’introduzione di istituti come la banca delle ore. Pensate per fronteggiare cicli di lavoro che prevedono picchi in certi periodi e momenti più tranquilli in altri. E che dunque si configurano come elemento di flessibilità, ma esorbitano dal perimetro della vera e propria riduzione dell’orario di lavoro in via continuativa.

Le sperimentazioni e l’esempio inglese

Varie sperimentazioni sono state effettuate in altri Paesi. Tra queste, una delle più compiute e sistematiche riguarda l’Inghilterra, dove 61 imprese hanno ridotto l’orario di lavoro, mantenendo lo stipendio immutato. I dati dell’esperimento sono apparsi confortanti:

  • calo significativo delle dimissioni, in controtendenza con “Great Resignation” e “Quiet Quitting”;
  • diminuzione notevole dei giorni di malattia;
  • sensibile calo degli indici soggettivi di stress lavoro – correlato e di burnout;
  • ricavi aziendali rimasti invariati.

Anche grandi aziende italiane hanno avviato la settimana breve, con esiti tuttavia contraddittori. Se, infatti, il calo di tempo di lavoro (in ossequio al vecchio teorema secondo cui si sarebbe dovuto “lavorare tutti, lavorare meno”) viene fatto corrispondere a un’equivalente diminuzione della retribuzione, l’asse della convenienza risulta immediatamente traslato. Tant’è che solo una percentuale molto bassa (si dice intorno al 10%) dei lavoratori sarebbe disposta al trade off tra un giorno in meno di lavoro, a fronte della diminuzione del 20% della retribuzione.

La sostenibilità della riduzione d’orario

Il vero tema consiste dunque nel capire se e quanto sarebbe sostenibile per le imprese la riduzione d’orario, in assenza però di un décalage retributivo. L’idea a prima vista appare affascinante. Non è irragionevole, infatti, presumere (anche confortati dalle sperimentazioni riportate poco sopra) che una simile previsione sia suscettibile di migliorare l’engagement dei lavoratori e la ritenzione dei talenti. In generale, creando un clima meno stressogeno e che faccia più salve le esigenze anche personali dei lavoratori. Tenendo conto che, secondo il vecchio adagio del professor Santoro Passarelli, tra i precursori della dottrina giuslavoristica, “Se tutti gli altri contratti riguardano l’avere delle parti, il contratto di lavoro riguarda ancora l’avere per l’imprenditore, ma l’essere per il lavoratore”.

Chi scrive è in linea di massima favorevole a una soluzione del genere. Anche alla luce dell’attuale, e profondamente mutato, contesto socio-lavorativo, soprattutto per gli effetti e le conseguenze psicologiche, uniti al ripensamento delle priorità personali, dovuti ai postumi della pandemia da Coronavirus.

Due criticità della settimana breve

Vi sono però almeno due osservazioni critiche, che gli eventuali promotori della legge dovranno considerare attentamente. Il primo (più attinente alla sfera imprenditoriale, ma a fortiori anche alla posizione dell’industria italiana nel mercato mondiale) è quello costituito dalla produttività e in generale dalla competitività delle aziende. Secondo alcune stime, infatti, già solo la circostanza (da molti benedetta) che nel 2025 si possano fare numerosi “ponti” per via di una fortunata concatenazione del calendario (si parla di 32 giorni – sic! – di assenza, usufruendo di soli 7 giorni di ferie!), se applicata su larga scala, è suscettibile, secondo l’autorevole stima di Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera, di creare un riverbero negativo sul Prodotto Interno Lordo pari ad alcuni punti percentuali.

Considerando che la produzione italiana è già in una fase di contrazione e bassa crescita, è impossibile non chiedersi se un’applicazione sistematica della settimana breve, pur favorendo i lavoratori interessati, non possa rallentare una macchina che per certi aspetti (anche dipendenti dal contesto internazionale) sembra già in panne.

Secondariamente, analizzando la questione ex parte lavoratoris, la questione presenta alcuni aspetti controversi, soprattutto in relazione alle possibili sperequazioni. Sia “a monte”, tra lavoratori subordinati e lavoratori autonomi, sia anche all’interno del singolo nucleo costituito dai lavoratori subordinati (ossia i veri destinatari della norma). In quanto alcune aziende, tra cui quelle con cicli di produzione continui, ma anche le piccole imprese familiari che costituiscono il nerbo del nostro tessuto produttivo, avrebbero enorme difficoltà a garantire la settimana breve.

Creando dunque una violazione del principio di parità di trattamento, a sua volta in applicazione del generale principio di uguaglianza, costituzionalmente tutelato. Il che rende oggi difficilmente pensabile la realizzazione del pur nobile e ambizioso progetto.

Avvocato Luigi BeccariaChi è Luigi Beccaria

Laureato in Scienze Politiche e in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, Luigi Antonio Beccaria svolge attività di avvocato con specializzazione in diritto del lavoro. È altresì abilitato all’esercizio della professione di consulente del lavoro. Dal 2013 opera come docente esterno presso l’Università degli Studi di Milano, svolgendo in particolare attività seminariale e corsi monografici, oltre ad assistenza a tesi ed esami. Dal 2023 è collaboratore de “Il Sole 24 Ore” per cui scrive settimanalmente su “Guida al Lavoro”. Ha pubblicato più di 150 contributi di natura sia divulgativa sia accademica presso vari editori ed effettuato attività convegnistica per numerose società del settore. Svolge attività di consulenza e docenza per primarie società e gruppi, nazionali e internazionali.

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