Quando il lavoro diventa globale

In che modo il Coronavirus sta cambiando per sempre il mercato del lavoro? Il lavoro a distanza rimarrà la quotidianità in un mondo post-Covid? E cosa significherà questo per il reclutamento di talenti? Porterà a una competizione veramente globale per tutte le posizioni lavorative e non più solo per i ruoli più strategici?

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di Francesca Praga |

Da quando scrivo per Forme mi sono sempre occupata delle differenze (spesso invisibili) che ci sono all’interno delle aziende: dal trattamento economico ai percorsi di carriera delle donne, a quelle delle persone di un’etnia diversa da quella prevalente, alle fasce più deboli della popolazione e alla loro distribuzione all’interno dell’organigramma aziendale.

Ho parlato anche delle difficoltà che, in azienda, le diverse generazioni che vi lavorano possono trovare quando lavorano a stretto contatto perché, alla fine, ad ogni generazione appartengono tratti distintivi importanti che, messi a stretto contatto con quelli degli altri, talvolta stridono e fanno scintille.

A marzo però è arrivato qualcosa che ha semplicemente spazzato via tutto, segnando una sorta di punto zero, amplificando alcune differenze e annullandone altre ma, soprattutto cambiando in modo radicale e democratico, il mercato del lavoro.

Se di Smart Working si parla da anni, non è altrettanto scontato il fatto che questo  sia mai stato messo in atto all’interno delle realtà aziendali. Conosco sì e no una manciata di persone che – ante Covid – lavoravano da casa, per non più di un giorno alla settimana e, agli occhi di tutti erano “fortunati” se non addirittura “privilegiati”. Poi è arrivata la pandemia e, a macchia d’olio, si è diffuso lo Smart Working: dunque non per scelta ma per necessità, poiché le aziende di tutto il Mondo sono state costrette a chiudere gli spazi di condivisione e a cercare, in fretta e furia, un altro modo per continuare a lavorare e non andare incontro a scenari catastrofici come fallimenti e chiusure.

Gli scettici all’inizio erano molti ma, ora che è stato sperimentato per un periodo piuttosto lungo, anche quelli che andavano dicendo: “non funzionerà mai” hanno dovuto constatare che, nonostante sia stato imposto in modo forzato dagli eventi, ha funzionato. Dopo mesi di osservazione, dopo aver compreso che la “vita di prima” è ancora un miraggio e la paura del virus ben lontana dall’essere sconfitta, tuttavia non mancano gli interrogativi: il lavoro a distanza rimarrà la quotidianità in un mondo post-Covid? E cosa significherà questo per i mercati del lavoro e il reclutamento di talenti? Porterà a una competizione veramente globale per tutte le posizioni lavorative e non più solo per i ruoli più strategici?

Un nuovo modo di vedere il lavoro

La verità è che finché non vivremo saldamente piantati in un mondo post-Covid, è troppo presto per saperlo con certezza, ma quasi indubbiamente il mercato del lavoro cambierà in modo radicale grazie (o per colpa) di questa esperienza forzata dello Smart Working su larga scala.

Lo Smart Working ci ha costretto a modificare il nostro modo di immaginare il lavoro: la riunione del lunedì, la visita al cliente per presentare il nuovo prodotto del martedì, il brief del mercoledì, il pranzo di lavoro del venerdì sono abitudini che si sono autoeliminate senza il giusto tempo per una riorganizzazione: non tutti i manager erano pronti a questo uso massivo del Pc, non tutti erano capaci di organizzare una call su una piattaforma qualsiasi tra le mille che ci sono disponibili, non tutti erano capaci di parlare con la stessa scioltezza una volta inchiodati a una sedia e con lo sguardo fisso davanti a un monitor.

Le ore di corsi di aggiornamento, di implementazione delle conoscenze informatiche e di educazione digitale a cui siamo stati più o meno tutti sottoposti non si contano, per non parlare della flessibilità e della convivenza forzata negli spazi famigliari – spesso non adeguati – a cui ci siamo pian piano adattati: oggi, se uno dei miei figli parla in sottofondo (o addirittura compare in video) durante una call, nessuno si scompone e si scandalizza più: viene considerato una normalità che, anche solo qualche mese fa, era inimmaginabile.

E se da una parte il cambiamento ci ha permesso di vedere gli aspetti positivi del lavorare da casa (niente più pendolarismi, meno trasferte di lavoro per lunghi e noiosi meeting, niente riunioni fuori sede) e ha permesso alla Terra di tirare un sospiro di sollievo (i dati del calo dell’inquinamento durante il lockdown sono stati davvero incoraggianti) questo esperimento forzato ha soprattutto messo in luce nuovi modi di vedere il mondo del lavoro.

Un mercato globalizzato

Immaginando che questa sarà la nostra nuova realtà, molte sono le aziende che si sono adeguate e hanno trasformato lo Smart Working nella nuova quotidianità lavorativa: Twitter ha annunciato che consentirà ai suoi dipendenti di lavorare da casa “per sempre”, in parte perché “gli ultimi mesi hanno dimostrato che è compatibile con il tipo di lavoro richiesto”, ovviamente per le posizioni in cui il lavoro da remoto è possibile e se il lavoratore lo desidera.

Mark Zuckerberg ha annunciato che si aspetta che la metà dei dipendenti di Facebook lavorerà da remoto entro i prossimi cinque o dieci anni, anche dopo che le restrizioni Covid saranno revocate. Google ha dichiarato che la maggior parte dei suoi dipendenti continuerà a lavorare da casa fino al 2021 e, spostandoci in settori lontani dalla new economy, Schroders (leader nella gestione dei fondi di investimento) ha annunciato lo scorso agosto di optare in via definitiva per il lavoro flessibile. Da un sondaggio fatto nei mesi scorsi da Gartner, risulta che il 74% dei Cfo prevede di trasferire alcuni dipendenti al lavoro remoto in modo permanente.

Lavorare da casa potrebbe così trasformare completamente il mercato del lavoro e potrebbe rendere possibile una vera e propria competizione globale per ogni singolo ruolo lavorativo.

Se puoi fare altrettanto bene il tuo lavoro ovunque tu sia, in Italia, in Europa o anche negli Stati Uniti, cosa impedisce a qualcuno in Cile, India o Lettonia di essere altrettanto bravo, se non migliore, in quella determinata mansione? Se si può lavorare da casa, allora potenzialmente si può lavorare da qualsiasi luogo, il che significa che il mercato del lavoro potrebbe diventare veramente globalizzato e che dal divano di casa si può concorrere tranquillamente per qualsiasi posizione di prestigio, dislocata in un Paese qualsiasi della nostra amata Terra.

Fino a prima del lockdown la ricerca del lavoro e della posizione lavorativa perfetta era geolocalizzata e anche la lista di possibili competitor alla fine era inficiata dell’aspetto territoriale e, di certo, non era potenzialmente infinita. Soprattutto per i ruoli più strategici, quanti candidati ideali potevano esserci per quella determinata area geografica? O in quanti sono disposti al trasferimento (magari con tutta la famiglia) per poter ricoprire quel determinato ruolo?

Ma un mercato del lavoro globale potrebbe significare che, per quello stesso posto, possano esserci potenzialmente migliaia di candidati, provenienti da qualsiasi parte del Paese, o addirittura del mondo. Senza contare che, gli stipendi (ad oggi) sono mediamente commisurati al costo della vita del luogo in cui l’azienda ha sede: se i dipendenti sono in grado di lavorare da qualsiasi luogo, gli stipendi vengono adeguati al costo della vita nella zona in cui il lavoratore vive o restano in linea con quelli dove è geolocalizzata l’azienda? Non è di certo una risposta facile. Chi avvantaggiare, l’azienda o il dipendente? Inoltre, in che modo le aziende convertiranno i benefit presenti in ufficio, come bevande e snack gratuiti, pranzi all’interno delle mense aziendali, o il comodato d’uso gratuito di auto, Pc o telefono, per offrire benefit simili a coloro che lavorano a distanza?

Anche le politiche di protezionismo legate ai permessi di lavoro e ai visti di ingresso di molti Paesi, nonché le politiche di tassazione del lavoro, oggi spesso aggirate dal remote working, perché un fenomeno di nicchia, dovranno essere ripensate e ridefinite. Di sicuro, se il futuro del lavoro è da remoto, le sfide sono tante e su diversi piani (da quello carrieristico a quello meramente organizzativo, come abbiamo visto) e ogni azienda (ma anche ogni dipendente) ha l’occasione di rifletterci, lavorarci su e trovare una soluzione adeguata a quella che sembra la nuova quotidianità lavorativa su larga scala.

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